Un italiano, un ragazzino sardo tutto ossa e coraggio, sul trono di Spagna. Fabio Aru ha vinto la Vuelta 2015. Ha battuto Froome e Quintana, Joaquin Rodriguez e Valverde. Soprattutto ha superato all’ultima occasione utile Tom Dumoulin, il rivale più inatteso che è arrivato a un passo dal conquistare un grande Giro da perfetto carneade. Alla fine è addirittura sesto, fuori dal podio su cui salgono Rodriguez e il polacco Majka. Sulle rampe della penultima tappa, Aru lo ha attaccato, staccato e mandato in crisi come sanno fare solo i grandi campioni. E domani sfilerà a Madrid con indosso la maglia rossa del trionfo.

La San Lorenzo de El Escorial-Cercedilla è il degno epilogo di una corsa giocata tutta sul filo dei secondi. E che dopo l’uscita di scena dei big ha visto alternarsi in testa ben tre corridori: il nostro Aru, l’esperto ed eterno piazzato Rodriguez, l’outsider Tom Dumoulin. Sull’exploit dell’olandese si potrebbero avanzare tanti punti interrogativi: un ragazzo di 24 anni (classe 90’, come Aru ma più giovane di qualche mese), che senza alcun risultato alle spalle (33esimo al Tour 2014, ritirato quest’anno dopo tre tappe) si scopre corridore da grandi giri. La vittoria alla nona tappa sull’arrivo di Cumbre del Sol Benitatxell è stato il suo primo successo da professionista in una corsa in linea (prima solo cronometro). Ha tenuto tre settimane meno un giorno, su un percorso abbordabile rispetto agli standard della Vuelta ma comunque impegnativo. Ha dominato la cronometro di Burgos, asfaltando strada e rivali e indossando la maglia rossa. Ha rischiato seriamente di vincere il Giro di Spagna. Ma Fabio Aru è stato più forte anche di lui.

Il trionfo di oggi non è frutto di un giorno solo. Il successo in solitaria all’undicesima tappa sulle rampe di Andorra è stato il primo passo per un traguardo impronosticabile all’inizio della corsa. Ancor più importante l’incredibile cronometro disputata a Burgos, in cui ha rifilato oltre un minuto a Rodriguez perdendone meno di due dagli specialisti. Poi l’impresa decisiva. Aru sapeva di dover staccare Dumoulin, e non ha aspettato l’ultima ascesa per provarci. Ha rischiato anche di saltare, attaccando a 40 chilometri dall’arrivo sul Puerto de la Morcuera. Il coraggio è stato ricompensato. L’olandese ha ceduto pochi metri, poi nel tratto in pianura verso Puerto de Cotos sono stati decisivi i gregari: Luis Leon Sanchez, Zeits, persino quel Mikel Landa a cui il ruolo di scudiero è sempre stato stretto e che oggi si è messo davvero al servizio del suo capitano. La vittoria di Aru, per una volta, è anche la vittoria dell’Astana, corazzata discussa e discutibile che ha funzionato da squadra. Dumoulin si è riavvicinato fino a pochi secondi, ma non è riuscito a ricucire lo strappo. Ed è letteralmente scoppiato molto prima che iniziasse l’ultima salita, trasformata in passerella di gloria per Aru, fino all’arrivo a braccia alzate a Cercedilla. L’olandese taglia il traguardo ad oltre sette minuti e perde anche il podio.

L’incredibile percorso di Aru va da San Gavino Monreale fino a Madrid. L’uomo che riporta in Italia la Vuelta cinque anni dopo Vincenzo Nibali, viene da una terra lontana da tutto, anche dalle grandi montagne e dalla tradizione delle due ruote azzurre. È sempre stato difficile fare ciclismo in Sardegna: un Giro regionale di discreta nomea, che ha vissuto la sua epoca d’oro negli Anni Sessanta e Settanta con i successi di Anquetil e Merckx, prima di scomparire nel 2012; appena sette corridori capaci di partecipare al Giro d’Italia. Aru è stato l’ottavo, l’unico ad aver mai vinto una tappa. E oggi diventa molto di più: entra nell’élite del ciclismo mondiale a 25 anni appena compiuti. Nell’ultimo decennio, solo Quintana al Giro 2014, Andy Schleck al Tour 2010 (ma a tavolino per la squalifica di Contador) e Nibali alla Vuelta 2010 hanno vinto un Grande Giro così giovani. In realtà, Aru sarebbe entrato negli annali del ciclismo anche con il secondo posto. Alla partenza, cedeva a Dumoulin appena sei secondi. Praticamente una bici di distanza dopo tremila chilometri di gara: mai un Grande Giro si era concluso con un distacco così risicato. Ma passare alla storia da trionfatori è tutta un’altra cosa.

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