migranti 675Il governo australiano ha annunciato mercoledì mattina la decisione di prendersi carico di 12.000 rifugiati (in preferenza donne e bambini, secondo i desiderata dello stesso governo), dando così il proprio contributo alla soluzione dell’emergenza umanitaria che da anni sta attanagliando l’Europa. Siccome tutto il mondo è paese, è partita anche qui la tipica dialettica governo-opposizione su quanto generosa sia questa offerta e su come e quanto si potesse/dovesse fare di più. I due principali partiti d’opposizione (Labour Party e Verdi) sostengono ovviamente che ci si aspettasse uno sforzo maggiore e che 12.000 è un numero troppo basso rispetto alle possibilità che offre il paese.

E per il cittadino comune è davvero difficile orientarsi. Come ci si può formare un’opinione a riguardo? Per gli australiani il termine di paragone più immediato è ovviamente l’Inghilterra, che si è impegnata ad accogliere 20.000 rifugiati nei prossimi 5 anni. Pochini, per un paese che ha un Pil doppio di quello australiano ed una popolazione pari a 2 volte e mezza quella australiana. La Francia fa meglio con una prospettiva di accoglienza di 24.000 rifugiati mentre ovviamente il titolo va, per manifesta superiorità, alla generosissima Germania, pronta ad esaminare le richieste di 800.000 rifugiati grazie al coraggio di Angela Merkel.

Ora, mi chiedo: perchè un problema di tale dimensione e gravità deve essere affrontato contando sul buon cuore (ed ovviamente il credo politico) di questo o quel governo? Fra l’altro con decisioni – almeno nel caso australiano – prese nello spazio di due giorni, con una discussione tutta interna al Gabinetto del Primo Ministro, senza passaggio parlamentare e consultazione con la società civile e chi lavora nel settore, davvero non esiste un metodo più rigoroso e scientifico per allocare delle quote a tutti i paesi sviluppati?

Ho lavorato vari anni alle Nazioni Unite ed uno dei piaceri di operare in un organismo internazionale è la continua disponibilità di dati che giornalmente vengono prodotti, su praticamente qualunque questione lo scibile umano possa contemplare. Avendo il tempo di leggere tutto questo materiale, chiunque avrebbe la sensazione di poter prendere decisioni sensate ed informate sulla maggior parte delle questioni internazionali, con una favolosa abbondanza di numeri pronti a corroborare idee ed iniziative.

Per questo mi domando perchè, in una fase così drammatica ed una congiuntura che richiede decisioni immediate e ponderate, si sia deciso di rinunciare alla cabina di regia delle Nazioni Unite, per lasciare l’iniziativa ai singoli governi. Gli organismi internazionali proprio per questo esistono, per superare egoismi e visioni parziali dei singoli Stati e ricondurre il tutto all’interesse collettivo superiore.

Bastava nominare un gruppo di economisti e statistici di Nazioni Unite e Banca Mondiale e chiedere loro di sviluppare una cesta basica di indicatori utili a misurare la potenziale capacità di accoglienza rifugiati di ogni singolo paese. Un mix di Pil, reddito pro capite, tasso di disoccupazione, popolazione totale, tasso di natalità, indice di sviluppo umano ed altro. Una volta concordato cosa inserire nella cesta, ogni Stato avrebbe avuto un punteggio finale atto a valutare la sua capacità di assorbimento di rifugiati/immigrati, che sarebbe servito per definire l’allocazione di quote percentuali per ogni Paese che avesse i requisiti economici per prestare accoglienza.

Troppo semplice? Forse. E certamente ciascuna nazione avrebbe lottato strenuamente per far far inserire nella cesta indicatori ad essa più favorevoli (ossia che gli permettessero di accogliere meno rifugiati). Ma quando un Paese decide di diventare membro delle Nazioni Unite, anche a questo si impegna: a “cedere” parte del proprio potere esclusivo di decisione ed iniziativa a favore di interessi comuni e del bene collettivo. A mio parere questa è un’occasione persa per affermare tale principio e mi fa rabbia vedere la quantità di tempo che si sta sprecando in negoziazioni bilaterali nei corridoi quando esiste un organismo deputato a dirimere la questione a livello mondiale, e non solo europeo.

Il che, tra l’altro, permetterebbe anche a tutti noi cittadini di avere finalmente accesso ai criteri di ripartizione, basati su dati oggettivi e scientifici, eliminando tutte le speculazioni – sovente basate su reazioni di pancia – circa l’adeguatezza o meno delle quote stabilite dai nostri governi. A proposito, l’Italia non si è ancora impegnata su una quota di accoglienza a parte la ripartizione secondo l’Agenda Ue, o sbaglio?