“Abbiamo degli standard comuni europei per l’accoglienza dei rifugiati e per l’asilo, e per definire se le persone hanno diritto a ricevere la protezione internazionale – ha detto Jean-Claude Juncker nel suo discorso al Parlamento Ue riunito in seduta comune a Strasburgo – questi standard vanno applicati e rispettati dagli Stati”. Un principio, quello enunciato dal presidente della Commissione Ue, che vale nella teoria, perché nella realtà le cose sono più complicate.

Stato di rifugiato politico, ottenimento della protezione sussidiaria o asilo, clausola umanitaria o immigrato clandestino. Sono queste le prospettive di un migrante che entra e viene identificato in uno dei Paesi dell’Unione Europea. Le procedure di valutazione, però, possono durare anni e la sorte di un immigrato non si decide secondo criteri univoci, ma in base a come i singoli Stati applicano le linee guida comunitarie: “Queste direttive – spiega Francesco Cherubini, ricercatore di Diritto dell’Unione europea all’Università Luiss “Guido Carli” di Roma e autore di numerose pubblicazioni sul diritto d’asilo – danno una definizione chiara delle norme internazionali, ma su modalità e procedure di applicazione lasciano ampio spazio di manovra. Questo lascia spazio a situazioni come quella riguardante gli immigrati afgani: in Grecia, nel 2010, si registravano percentuali di accettazione intorno all’8%, mentre in Svezia del 72%. E i parametri usati dovrebbero essere gli stessi”.

Tra gli immigrati che passano dalla rotta balcanica, in prevalenza siriani, iracheni, afgani e pakistani, ad esempio, le scelte dei singoli Stati possono differire con percentuali relativamente alte, anche perché le valutazioni non vengono fatte in base alla nazionalità dell’immigrato, ma derivano dallo studio dei singoli casi. “Non è detto – continua Cherubini – che per tutti i siriani vengano accettate le richieste. Le leggi dicono che per vedersi riconosciuto lo status di rifugiato politico debba sussistere, in caso di rimpatrio, il pericolo che questa persona subisca una persecuzione per motivi razziali, politici, di nazionalità, di religione o di appartenenza a determinati gruppi sociali. Questa condizione garantisce maggiori diritti rispetto alla protezione sussidiaria, soprattutto in materia di permesso di soggiorno e ricongiungimento familiare. È più difficile da ottenere rispetto alla protezione sussidiaria che, invece, vale anche per i pregiudicati accusati di gravi crimini di guerra ma a rischio di tortura e violazione del diritto alla vita e a un equo processo in caso di rientro nel Paese. In alcuni casi eccezionali, è prevista anche un’altra tutela chiamata clausola umanitaria”.

Questo fa sì che, ad esempio, un iracheno che scappa da Mosul, territorio in mano allo Stato Islamico, possa vedersi riconosciuto lo status di rifugiato politico, mentre un suo connazionale che, invece, viene da Baghdad può essere considerato un immigrato clandestino. Certo è che i cittadini siriani, in fuga da una delle peggiori guerre civili attualmente in corso, o un iracheno che fugge dal Califfato avranno maggiori possibilità di veder riconosciuto il proprio status di rifugiato o di veder accettata almeno la richiesta di protezione sussidiaria. Diversa è la situazione per gli iracheni provenienti da zone del Paese non ancora toccate dai miliziani di Isis ma che, magari, emigrano per motivi legati ad altre violazioni dei diritti civili o per motivi economici. Una situazione ancora diversa è quella dei migranti provenienti da Afghanistan e Pakistan. Chi arriva, ad esempio, da province del Paese ancora controllate dai Taliban, come l’area di Kandahar o le province al confine tra Afghanistan e Pakistan, può anche ottenere lo status di rifugiato. Diversa è la situazione di chi viene via da altre città del Paese.

“Tutte valutazioni che – continua Cherubini –vengono fatte dai singoli Stai e che possono portare anche a decisioni completamente diverse. È la stessa situazione degli eritrei in fuga da una dittatura militare: in Italia hanno un’alta possibilità di veder riconosciuto il proprio status di rifugiati, mentre in altri Paesi rischiano il rimpatrio. È evidente che servono leggi gestite esclusivamente da organi dell’Unione Europea che, aggiungo, dovrebbero occuparsi anche della parte esecutiva. Abbiamo già un’agenzia che può svolgere questo compito ed è Frontex. Solo che prendere un provvedimento del genere richiede grande coraggio da parte dei leader politici che, lo sappiamo, rispondono prima di tutto a esigenze e a un elettorato nazionale e quindi fanno prima di tutto gli interessi del proprio Paese. Lo vediamo oggi, con la questione immigrazione: non riusciamo a trovarci d’accordo su numeri che, in percentuale alla popolazione europea, sono ridicoli”.

Twitter: @GianniRosini