Non mi risulta che vi siano state, recentemente, riflessioni ed analisi sul decadimento dello Stato di diritto in relazione alle forme di diserzione delle urne mentre, secondo me, sarebbe interessante indagare il nesso – non solo dal punto di vista sociologico ma, anche, filosofico – tra la crescente disaffezione delle urne e il rifiuto delle regole e, ancor di più, degli organi regolatori nelle loro varie forme: legislative, esecutive e giudiziarie.

Se, infatti, come recita la Carta Costituzionale: “La sovranità appartiene al popolo” quantunque la eserciti “… nelle forme e nei limiti della Costituzione”, forse non è troppo lontano dal vero chi ritenga che le varie forme di ribellione, comunque esse si manifestino, non ultima quella elettorale, non siano altro che la rappresentazione del disagio dei detentori del “potere” nei confronti del sistema di governo di una minoranza sempre più aggressiva ed arrogante.

Se, infatti, il complesso di regole di condotta che disciplinano i rapporti tra i membri di una certa collettività, in un dato momento storico, che chiamiamo “diritto” era già traballante quando a governare, seppure con gli artifici della “conventio ad excludendum”, era pur sempre una maggioranza elettorale oggi, quando più della metà dell’elettorato resta a casa e a governare sono i “rappresentanti” del 49 per cento di quel del 37 per cento andato alle urne (dati affluenza 2014 in Emilia Romagna), a traballare sono le fonti stesse del diritto.

Voglio dire, insomma, che quando si governa (dati elezioni 2014 in Emilia-Romagna), con il consenso di 615.723 elettori contro, in buona sostanza, 2.156.561 di non votanti a cui vanno aggiunti 689.118 elettori dei partiti di opposizione si rompe di fatto lo strettissimo nesso che dovrebbe esistere fra fenomeno giuridico e fenomeno sociale. Il complesso delle regole che disciplinano i rapporti tra i soggetti della società non viene più percepito come essenziale al suo sviluppo e quindi eluso, o  violato scientemente, dai governati-sovrani. L’azione del potere, allora, viene vissuta non tanto come lontana da sé ma, addirittura, contro e, soprattutto, priva del necessario titolo di rappresentatività.

A tutti i livelli e in tutte le espressioni del vivere associato sembra che la maggioranza non si senta più rappresentata. Neanche dagli ultimi baluardi delle agenzie di democrazia diffusa: dal sindacato alle associazioni, figuriamoci dai partiti. Una cesura che, di fatto, non è più di contenuti ma si nutre di preconcetti (“tutti i politici sono corrotti”; “tutti i sindacalisti sono scansafatiche”; “tutti i preti sono pedofili”; “tutti i pubblici dipendenti sono raccomandati”, “tutti i migranti sono delinquenti”) ed innesca una guerra in cui il nemico è chiunque esprima un pensiero e interessi diversi dai miei.

Quanto accaduto a Roma nei mesi scorsi, poi, ha dato il colpo di grazia a questa impalcatura già traballante. “Mafia Capitale, com’è stato definito lo stretto legame tra delinquenza comune, malviventi incalliti, pregiudicati a torto riabilitati e la politica romana, provinciale e regionale hanno appalesato quella che qualche anno fa, con l’arguzia e la precisione del profeta, Francesco De Gregori aveva chiamato “la cagna in mezzo ai maiali”.

Roma come Palermo, come Milano, come Napoli è apparso chiaramente essere al centro dell’aggressione dei gruppi di potere che, senza più nemmeno il pudore del buio e del nascondimento, si mangiano le forze vive della città e lucrano sul dolore, sul lavoro dei cooperatori, sulla buona fede dei cittadini. Ci vorranno anni prima che il fango gettato sulle cooperative, sulle associazioni di volontariato, sulle Onlus e Ong da questi malviventi incalliti (quando non si tratta di inutili idioti acuì l’hanno fatta sotto il naso) possa essere lavato e i cittadini possano tornare a credere nella buona fede di chi mette parte del suo tempo a disposizione del bene comune. Sì perché il danno peggiore che Mafia Capitale ha prodotto è stato quello di gettare un ombra anche sulle opere buone prodotte dal sistema, purtroppo malato perché gestito dai delinquenti.

Ho conosciuto, negli anni scorsi, alcuni dei soggetti implicati nell’affaire e molti di quelli seduti al tavolo imbandito con il ministro del Lavoro che, invece, non conosco. Con molti di loro ho condiviso  insieme ad altri – in tempi ormai remoti (c’era ancora un unico partito comunista) – ideali e speranze. Da loro mi sarei aspettato, ma la coerenza non è più di moda da tanto tempo, il pudore del silenzio. Invece, hanno straparlato, hanno pontificato, hanno negato. Alcuni hanno sostenuto che i malviventi incalliti e pregiudicati fossero stati per loro, prima di avvedersi a chi si fossero messi in mano, addirittura, dei “maestri di vita”.

Il pudore del silenzio non avrebbe restituito credibilità a quelle istituzioni violate e sordo cieche (per complicità o ignavia) alle infiltrazioni malavitose ma avrebbe, forse, ridotto il di più di schifo e diffidenza nei confronti degli operatori del sociale.

Un silenzio che avrei gradito anche dai sindaci di questi anni; dai segretari delle federazioni romana, regionale e nazionale del Pds, Ds e Pd che, invece, hanno parlato, preso le distanze, nicchiato, fatto i finti tonti, facendo finta di ignorare che questi campioni di onestà sono arrivati lì (Camera, Senato o Campidoglio fa poca differenza) scelti da loro, aiutati da loro, sostenuti da loro, nominati da loro.

Adesso, passato il tempo del pudore torna quello dell’etica della responsabilità. Quindi, basta col silenzio è tempo di riprendersi parola e sovranità.