Neil Postman, notissimo docente USA esperto di comunicazioni fin dal cognome (che in inglese indica il Postino), ha scritto nella sua carriera una serie di gradevolissimi saggi che raccontano del progressivo dilagare della comunicazione “effimera” rispetto a quella “sostanziale”. Comunicazione sostanziale era ed è essenzialmente quella post-Gutenberg, che allinea e concatena concetti su una pagina scritta, che si costringe al pensare e al dire logico-dimostrativo e che, a dirla in breve, non si limita alle “sensazioni”. Mentre l’andare a sensazioni è esattamente il contrassegno delle forme di comunicazione successive, a partire dalla invenzione del telegrafo nella prima metà dell’800 che ha aperto la cateratta alle cosiddette “notizie”, per non dire del successivo e progressivo irrompere di tutto l’armamentario della comunicazione audiovisiva che sembra fatto apposta per intrattenere il cervello con suoni, colori e effetti speciali e impedirgli del tutto di svolgere il cosiddetto “ragionamento”.

Insomma, mentre le generazioni dei tempi andati crescevano leggendo per non essere escluse dalla comunicazione erano “costrette” a dotarsi di strutture intellettuali abbastanza solide per “capire” i concetti e la loro concatenazione, le generazioni successive di comunicazione ne consumano a bizzeffe, ma solo perché in quell’ammasso di linguaggi e segni ognuno trova qualcosa per l’occhio e l’orecchio anche senza impegnare per nulla l’intelletto.

Da qui la ben nota conclusione di Postman, e cioè che il popolo dei televedenti, la più recente umanità, sia diventata sempre meno capace di pratiche basate sull’intelligenza. Detto più brutalmente: più tempo passa e meno intelligenti diventiamo. In compenso siamo tutti molto più “sensitivi”. Cioè, andiamo a tentoni.

Qualcuno a questo punto già starà pensando che non si tratta di una grande scoperta e che era già ben noto che la televisione manda in pappa il cervello. Quand’ecco che ti arriva (segnalata qualche giorno fa sul Corsera da uno scienziato vero come Edoardo Boncinelli) una ricerca che mostra come gli individui dai 50 anni in su (su di loro è stata fatta l’indagine, ma i risultati possono essere estesi ai più giovani) hanno mostrato nei sei anni fra il 2006 e il 2012 continui e persistenti “aumenti dell’intelligenza”. E sì che i livelli dell’alluvione audiovisiva non hanno certo visto in quel periodo arretramento alcuno. Oltretutto la ricerca proviene dalla Germania, un paese meno compromesso degli USA nello show business e quindi meno sospettabile di tirare l’acqua al proprio mulino.

Ora, noi possiamo testimoniare, avendoli controllati periodicamente, che i programmi che passano sulla tv tedesca sono del tutto simili ai nostri, salvo una presenza assai inferiore di talk show politici e telegiornali. Quindi, a meno di non essere stati specificamente danneggiati dalla esposizione di quei generi-chiacchiera dei quali sovrabbondiamo, potremmo lecitamente supporre di essere divenuti più intelligenti anche noi. Un fenomeno ragguardevole, specie se lo si considera al netto dei cervelli avvolti in felpa. Resta da capire se il miracolo sia avvenuto nonostante la tv o addirittura grazie ad essa. O se non sia piuttosto la misurazione dell’intelligenza ad essere una attività abbastanza non intelligente.