Il partito non chiede soldi a Filippo Penati al processo per le presunte tangenti del “Sistema Sesto“. Oggi, alla ripresa del dibattimento al Tribunale di  Monza, i Democratici di Sinistra (la sigla pre Partito democratico) non si sono presentati in aula, autoescludendosi formalmente dalle parti civili. Tra le accuse rivolte all’ex dirigente Pd c’è anche il finanziamento illecito del partito stesso. La scelta di costituirsi era stata fatta all’inizio del processo, il 13 maggio 2013.

“Sono contento della mancata presenza dell’avvocato dei Ds”, ha commentato Penati, ex presidente della Provincia di Milano, ex sindaco di Sesto San Giovanni ed ex capo della segreteria politica di Pierluigi Bersani. “Dopo avermi accusato, oggi non si sono presentati, il che significa che non mi credono colpevole e rinunciano a ogni rivalsa nei miei confronti”. Penati era presente in aula nello spazio riservato al pubblico.

Il motivo della decisione lo ha spiegato l’avvocato del partito, Gianluca Luongo: “Al momento riteniamo non ci siano gli estremi per chiedere a Filippo Penati e ai suoi coimputati (otto, ndr) il risarcimento dei danni. Se però ci sarà una pronuncia di responsabilità da parte del Tribunale di Monza, valuteremo eventuali azioni in sede civile“. Il legale ha poi precisato che “non è stata depositata alcuna revoca formale, ma che non avendo discusso le conclusioni viene meno la costituzione di parte civile”. Una decisione presa “con Ugo Sposetti, il legale rappresentante dei Democratici di Sinistra”, storico tesoriere e oggi senatore del Pd.

Il 7 luglio il pm Franca Macchia aveva chiesto per Penati 4 anni di reclusione per i reati di corruzione e finanziamento illecito ai partiti. L’accusa più pesante, concussione, è stata dichiarata prescritta oltre due anni fa, all’inizio del processo, anche perché la legge anticorruzione “Severino” approvata nel 2012 accorciava i termini di estinzione del reato. Penati aveva dichiarato che avrebbe rinunciato al colpo di spugna, ma poi non si era presentato in aula quando avrebbe dovuto formalizzare la decisione. Successivamente, però, i suoi legali avevano presentato istanza contro la prescrizione stessa, in modo che Penati potesse puntare all’assoluzione nel merito. Niente da fare: il 28 febbraio 2014 i supremi giudici hanno sancito definitivamente la cancellazione del reato di concussione dal processo.

Nella requisitoria, il pm Macchia ha parlato di un “fiume di denaro” ottenuto da Penati per soddisfare le proprie esigenze elettorali “e quelle dei Ds milanesi”. Le presunte tangenti sarebbero arrivate per la concessione di licenze edilizie nelle aree ex industriali Falck e Marelli, quelle che fino agli anni Ottanta facevano di Sesto San Giovanni la rossissima “Stalingrado d’Italia”, al centro dell’accusa caduta di concussione. Contro l’ex politico, su questo fronte, il costruttore Giuseppe Pasini, allora esponente sestese di Forza Italia. Sono rimaste in piedi le accuse di corruzione per l’acquisto, da parte della Provincia di Milano, di azioni dell’autostrada Milano-Serravalle dal gruppo Gavio e per la ripartizione dei profitti tra gli operatori del Sitam, il sistema di trasporto pubblico dell’area milanese. Su questo fronte, il grande accusatore è impenditore del settore bus Piero Di Caterina. Il finanziamento illecito ai partiti riguarda invece il denaro arrivato alla fondazione penatiana “Fare Metropoli”. La sentenza è prevista il 10 novembre.

Penati, che dopo essere stato iscritto nel registro degli indagati nel 2011 lasciò tutte le cariche politiche e di partito, si è sempre detto estraneo a tutte le accuse, lamentando la “ostinazione” della procura brianzola. Il 17 aprile scorso la Corte dei Conti della Lombardia ha respinto la richiesta di risarcimento da circa 119 milioni di euro avanzata contro di lui per la  compravendita delle azioni Serravalle, evidenziando la “mancata prova di un danno imputabile soggettivamente e contabilmente alle casse della Provincia di Milano”.

Nell’udienza di oggi, Penati si è detto ”estremamente fiducioso” dell’esito del processo. “Non ho mai commesso atti contrari ai miei doveri di ufficio”. L’ex politico ha ribadito la linea difensiva: “È stato dimostrato che io non ho soldi all’estero e non è emerso un passaggio di denaro che sia uno da me o a uno dei miei familiari. Non ho mai percepito nulla di più del mio stipendio e non mi sono arricchito con la politica. Per me e Giordano Vimercati (il suo più stretto collaboratore, ndr) era stato chiesto l’arresto, poi siamo arrivati alla sua richiesta di assoluzione. Quindi sono tranquillo”.