L’Italia è il Paese dei pentiti e delle metamorfosi; dopo Paolo Brosio e Rocco Siffredi non poteva mancare quella di Fabrizio Corona. Se avessimo dubbi sulla sua volontà di rinascere dopo avere toccato il fondo, è pronto a fugarceli la visione di Metamorfosi, il documentario di Jacopo Giacomini e Roberto Gentile da domani in sala, proiettato ieri sera in anteprima alla presenza del diretto interessato. Il giudice di sorveglianza Giovanna Di Rosa ha permesso a Corona di abbandonare la comunità “Exodus” di don Antonio Mazzi cui è stato affidato in virtù di un “percorso di risocializzazione”.

Gran folla di groupies e “Corona Boys” davanti al cinema Odeon (multisala principe del gruppo Mediaset), microfoni e telecamere sguainate, ingresso a proiezione iniziata con guarnigione di bodyguard al seguito e applauso a scena aperta della platea, abbraccio liberatorio con l’avvocato e amici in coda per toccarlo anche solo un istante come si fa con le reliquie del santo. A fine proiezione, applausi scroscianti e una piccola doccia fredda per i giornalisti in agguato. Una sola dichiarazione pubblica, visto che gli era stato vietato di rilasciare interviste: “Non posso rispondere alle vostre domande. Voglio solo ringraziare il giudice che mi ha concesso di venire qui con questo provvedimento funzionale alla mia riabilitazione”.

Metamorfosi racconta l’ultimo periodo della vita di Corona subito prima dei due anni e mezzo di carcere, a partire dalla consapevolezza di voler diventare un uomo migliore. Non che ci volesse molto, potrebbe insinuare qualche malevolo; e invece no, errore clamoroso. Le vere rinascite sono complesse, faticose e ognuno deve trovare la sua. C’è chi ricomincia da zero, chi da Medjugorie e chi dalla New Age. Come un Siddharta dei nostri tempi, all’inizio vediamo Corona nell’agenzia fotografica milanese, immerso nella sua vita di vincente; eppure, in fondo al cuore, sente che qualcosa non va. Il tarlo della malinconia lo rode. Poi l’incontro con Giacomini, e si parte con le rivelazioni: “Più sereno rimani, e più puoi trovare una via di fuga. L’unico modo di trovare un equilibrio è costruire sulla nostra Essenza… Il successo, il denaro, il potere, il prestigio, tutti scadenti valori imperanti nella nostra società, fonti di nutrimento per il nostro falso sé…”. Belle parole, alcune delle quali prese di peso da Osho (“La vera libertà la trovi solo dentro di te”) seppure con qualche decennio di ritardo.

Fabrizio tentenna, ma per superare questi falsi valori è pronto un piano di rinascita globale: rebirthing, integrazione posturale, orientamento transpersonale, destrutturazione dell’ego, lavoro sulle emozioni. Spenti i telefonini e spiaggiate le modelle, il paparazzo dei Vip lo vediamo fare esercizi di respirazione steso sul lettino, abbandonarsi a urla belluine in mezzo a un prato, fare le bolle di sapone travestito da artista di strada, interrogarsi sulla presenza del Tao. E riscoprire così il ragazzo qualunque, ma per bene, che in fondo è sempre stato.

Per dovere di cronaca avvertiamo che il percorso di rinascita è duro anche per gli spettatori, invitati a propria volta ad avventurarsi “in un viaggio nell’immensità del loro sé autentico”. Nei 90 minuti di Metamorfosi azione ce n’è poca, Herman Hesse ha già raccontato la stessa storia (un po’ meglio), di immenso c’è solo la noia, visto che per ammissione degli stessi autori certi processi interiori sono piuttosto difficili da rendere sullo schermo.

Da Lele Mora a Osho la strada è lunghetta, soprattutto con videocamere al seguito, ma Fabrizio sa di essere solo all’inizio. Sono passati sei anni da Videocracy di Erik Gandini, il documentario in cui il Corona pre rinascita teorizzava l’essenza della videocrazia berlusconiana più nudo sotto la doccia di quanto non lo fosse Gloria Guida ai tempi di Alvaro Vitali. “Basta apparire”. Ma, appunto, l’Italia è il Paese delle metamorfosi. Tutto deve cambiare perché nulla cambi, e per non smettere di apparire.