Vassilis Tsitsanis, l’inventore del rebetiko, lo aveva scritto in “Ta xena keria” nel 1962: è amaro crescere in mani straniere. Come se già allora raccontasse il destino macabro della Grecia, mai capace di esprimere classe dirigente e costante preda di decisioni altrui. Oggi, grazie al cordiale invito del cantautore Dimitris Mpasis al cartellone culturale “Tsitsaneide 2015”, dedicato proprio ai cento anni dalla nascita di Tsitsanis, ho potuto riascoltare a Trikala brani storici frutto di bouzouky tricordo e tetracordo. Ma soprattutto ho avuto l’occasione di rileggere quei versi confrontandoli con l’attualità di oggi.

Quando Tsitsanis suona la fine di un amore in “Ti simera ti avrio ti tora” dice che è meglio separarsi adesso, se proprio assieme non si può più stare. Come se avesse letto nella storia futura della Grecia e dell’Unione europea, un contenitore politico forse poco adatto all’Ellade post moderna. O come quando in “Sinefiasmeni Kiriakì” celebra una giornata nuvolosa, che gli ha fatto perdere la gioia di vivere e lo conduce in un futuro dolore. Di giornate simili ve ne sono state parecchie nel Paese dal 2012 ad oggi, comprese quelle in cui si prometteva ai greci mari e monti. Ma con la differenza che sino allo scorso dicembre nell’aria si percepiva una reale ventata di cambiamento, che poi si è rivelata null’altro se non un’altra bufera. Che ha spazzato via praticamente tutto. I tira e molla con i creditori, da febbraio ad agosto, sono costati alla Grecia circa 60 miliardi, tra peggioramento dell’economia e sfiducia dei mercati.

La musica come una dolce mano che accompagna eventi e letture di fatti e opinioni, con le magiche note di Tsitsanis a dare conforto ai duemila ospiti che hanno affollato il Centro Culturale di Trikala, segno che c’è sete infinita di cultura da queste parti, anche quando si deve tirare la cinghia (e chissà quanto ancora si dovrà farlo). Passeggiando per le strade greche in questa estate 2015 vedo negli occhi della gente rassegnazione e sconforto. Tutti sanno che le elezioni del prossimo 20 settembre non cambieranno una virgola né nei compiti da fare a casa, né per un riequilibrio sociale nel Paese che da gennaio a giugno non è riuscito a far pagare le tasse per sei miliardi di euro. Tutti sanno che alla fine i due maggiori partiti, in un modo o in un altro, finiranno per collaborare, anche se solo apparentemente. Tanto il timone del Paese è tornato saldamente nelle mani della Troika. Dal prossimo primo gennaio aumenteranno le tasse anche sulla casa, o per avviare una causa giudiziaria e su mille altre cose. Mentre aziende chiudono e professionisti di vario generale (medici, avvocati, ingegneri) scelgono la strada dell’emigrazione: Svezia, Australia, Cina, Azerbaijan.

Dal prossimo mese sono segnalati aumenti anche su pane e latte, due prodotti che uno Stato che si dice democratico ha il dovere di mantenere accessibili a tutti. Qui non è la politica ad aver fallito, né l’economia. Bensì il concetto di polis e, purtroppo, anche di antropos.

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