La “Graziosa” dagli occhi grandi color di foglia che stava all’angolo e vendeva a tutti la stessa rosa è scomparsa da tanti anni. E la sua casa in via del Campo, a Genova, è stata inghiottita dalla polvere del tempo e dai nuovi arrivi: i migrati sudamericani e africani che affacciati agli usci delle loro botteghe forse non sospettano che fra quelle mura medievali Fabrizio De André trovò ispirazione per una delle sue canzoni più belle.

Via del Campo, ai margini della zona del Porto Antico, conserva tuttavia un minuscolo scrigno di memorie, un catalogo di reperti che rimandano alla storia, personale e musicale, di quel moderno cantastorie che è stato Fabrizio, Faber per gli amici. L’ex negozio di strumenti musicali di Gianni Tassio, si è trasformato, dopo la morte del fondatore, nella minuscola icona della scuola genovese dei cantautori, la straordinaria e inspiegabile catena di talenti musicali e poetici che hanno segnato la storia della città. Una città, Genova, che ignora, col pretesto delle casse vuote, la richiesta che arriva dai tanti appassionati musicofili, genovesi e non: l’apertura di un museo dedicato a Fabrizio de André e ai suoi fratelli d’arte. Uno spazio attrezzato e capiente, in cui raccogliere l’eredità materiale e di Fabrizio e degli aedi -“fratelli”: quelli scomparsi (Tenco, Lauzi, Bindi) e quelli ancora in vita: Gino Paoli, i fratelli Reverberi, Ivano Fossati. Bella idea. Peccato che resterà tale. La ragione? Semplice e banale. Ma decisiva. Non ci sono i soldi per allestire il museo.

Le frotte di turisti che giunti a Genova chiedono di visitare le vestigia dell’autore di Bocca di rosa: la sua casa da ragazzo, una villa cinquecentesca sulla collina di Albaro, i “caruggi”, l’intreccio dei vicoli che lo videro frugare nell’anima profonda città, fra travestiti e puttane, da Faber riabilitati e restituiti alla loro dimensione umana; le calate del porto dove Faber andava a giocare a scopone con gli amici “camalli”. I questuanti si sentono rispondere, sperabilmente con qualche imbarazzo, che tutto ciò che di materiale è rimasto a Genova di Faber si trova in quel bugigattolo tutto scale e recessi, cocciutamente tenuto in vita dalla Federazione Solidarietà e Lavoro che – pagata dal Comune – gestisce la piccola struttura al 29 rosso di Via del Campo.

Genova matrigna infatti non ha mai neppure immaginato di dedicare un museo ad uno dei suoi figli più illustri. “Dopotutto, era solo un cantante”, sembra di sentirla la classica litania del “maniman”, traducibile in: ma chi ce lo fa fare? A far da contrappunto a queste rudezze, la chitarra Esteve, appartenuta a Fabrizio, occhieggia i visitatori dall’alto della volta dell’ex negozio, protetta da una teca di vetro. Laura Monferdini, una delle curatrici del locale, lamenta la mancanza di spazio e spiega che, altrimenti, si sarebbe in grado di accogliere altri reperti, non soltanto di De André: “Abbiamo ospitato per tre mesi gli strumenti musicali di Luigi Tenco e potremmo organizzare scritti, lettere, dischi, fotografie, libri. Se avessimo lo spazio, s’intende…”. Si procede a piccoli passi, lo scrigno di via del Campo resta aperto soltanto da giovedì a domenica, due ore al mattino e due al pomeriggio. E l’ipotesi di chiudere, letteralmente, bottega, non è una pura fantasia, purtroppo. I conti economici non tornano, in epoca di tagli forsennati è vietato battere cassa.

L’assessore alla cultura, Carla Sibilla, valuta una via d’uscita. Ospitare una parte della mostra dedicata a De André che nel 2009 a Genova, a palazzo Ducale, ha incantato 150mila visitatori (diventati mezzo milione con le esibizioni di Nuoro, Roma, Palermo e Milano) in uno spazio pubblico molto prestigioso: la Loggia di Banchi. Il problema è che serve un bando di concorso e soprattutto un privato che metta i quattrini. Soldi per accendere quel faro di bellezza, palazzo Tursi non ne ha. Recuperare il materiale originale della mostra chiamerebbe in causa la Fondazione De André, ovvero la vedova dell’artista, Dori Ghezzi. L’altra eredità della mostra, la parte interattiva, avrebbe bisogno di rinnovare il software, ormai obsoleto. Altri soldi. Che nessuno è disposto a mettere. Luca Borzani, presidente della Fondazione palazzo Ducale, è lapidario: “Se si apre una riflessione su un progetto serio per il museo De André noi siamo a disposizione”. Parlare, non costa nulla. Per adesso.