Isis Iraq 675

Il mese scorso l’Isis ha compiuto l’ennesimo orribile atto, uccidendo Khaled al-Asaad, un grande archeologo che aveva dedicato gran parte della sua vita alla città di Palmyra.

Il terribile evento rilancia ancora una volta la dichiarazione di guerra dell’Isis contro il ricco patrimonio archeologico di questi luoghi. Lo Stato islamico si autoproclama legittimo erede di Abramo e Muhammed, visti come i profeti, che nella storia, hanno saputo lottare contro gli idoli e distruggerli. E i bulldozer dell’Isis non risparmiano nessuno: l’ideologia, oltre al cristianesimo e al giudaismo, disprezza anche le altre varianti dell’Islam, altresì definite il ‘nemico vicino’, caratterizzato da tutti i musulmani che non appartengono alla categoria dei salafiti musulmani sunniti, motivo per cui, a rischio sono anche luoghi di culti sciiti, sufi e persino santuari sunniti.

Ma quali sono le ragioni alla base di tale furia devastatrice?

Innanzi tutto, lo Stato Islamico vede l’antico patrimonio culturale come una sfida alla lealtà e alla legittimità del popolo iracheno e siriano nei suoi confronti. Distruggere tale patrimonio, definito da statue, templi e città, significa combattere e cancellare per sempre qualsiasi forma di politeismo o di venerazione per altri culti.

Allo stesso modo, l’Isis cerca di soffocare qualsiasi rivendicazione nazionalista e i siti archeologici sono considerati, in quest’ottica, potenziali minacce in grado di alimentare il nazionalismo iracheno e siriano, in contrapposizione al sentimento panislamico – e dunque antinazionalista – propagandato dall’Isis.

Come il nazionalismo, anche l’archeologia è considerata una pratica aliena, importata dall’Occidente e utilizzata anche allo scopo di dividere i popoli islamici su basi nazionali (basti pensare alla denuncia jihadista dei confini derivanti dall’accordo di Sykes-Picot, risalente al lontano 1917 ma ancora estremamente attuale).

Ma andando anche oltre questa logica, gli obiettivi dell’Isis legati alla distruzione di tali siti sono molteplici.

Ormai 50 anni fa, Fernand Braudel scriveva: “Ogni realtà sociale è, per prima cosa, spazio”. Con queste parole lo storico francese esprimeva come il rapporto tra lo spazio e le diverse civiltà che l’hanno vissuto, si espliciti nel paesaggio antropico, ovvero nelle architetture, nelle città; realtà spesso antichissime, ancora vive; segni tangibili lasciati non da una civiltà, ma da innumerevoli civiltà sovrapposte, che diventano dunque specchio di vita, storia, cultura; passato, presente, futuro.

Ebbene, proprio qui va ricercata la chiave di un obiettivo centrale dell’Isis: con queste distruzioni lo Stato Islamico non intende cancellare solo il nostro passato: oltre a esprimere la costruzione storica di una certa cultura, tali luoghi coinvolgono infatti il nostro essere in quanto individui e società, dunque non solo il nostro passato, ma anche il nostro presente e il nostro futuro. La distruzione dei luoghi storici e dei siti archeologici rientra dunque in una chiara strategia di pulizia etnica e culturale, in quanto tali luoghi sono inevitabilmente legati ad un senso di appartenenza e di identità storica dei popoli, basata su aspetti imprescindibili, quali la conoscenza e la consapevolezza delle proprie origini e delle proprie radici.

Tuttavia, con questi spettacolari atti distruttivi, violenti e vandalici l’Isis, suo malgrado, non ha inventato nulla, ha solo copiato dal passato. Robert Fisk, in un suo articolo sull’Independent, ricorda numerosi episodi più o meno recenti, legati alla diffusione di tale pratica: a partire dalla distruzione di Cartagine da parte dei Romani, passando per gli eventi del secolo scorso, legati alle due Guerre, con distruzioni di antiche città medievali, pregevoli cattedrali, l’antica libreria di Leuven, il Monastero di Monte Cassino. A ciò Fisk aggiunge la distruzione del patrimonio iracheno all’indomani dell’invasione anglo-americana del 2003, così come quella del 1991; le distruzioni avvenute in Libano nel 2006 e gli innumerevoli tesori rubati nel Paese durante la sua guerra civile, tra il 1975 e il 1990; le guerre dei primi anni Novanta in Croazia e in Bosnia, dove furono distrutte moschee, chiese cattoliche e ortodosse, lapidi, cimiteri, fino alla vecchia biblioteca di Sarajevo.

Ciò che è nuovo, e ormai ben noto come suo cavallo di battaglia, è il modo scenico e spettacolare di pubblicizzare tali atti, dato dall’utilizzo dei video che filmano le distruzioni con suggestive e drammatiche musiche di sottofondo.

D’altronde, questi video sono fondamentali strumenti in quanto le devastazioni sono anche atti provocatori, mirati ad esaltarne il desiderio di potenza e a suscitare reazioni di sgomento e indignazione da parte dell’Occidente. Le distruzioni dei luoghi storici sono anche preziosi mezzi di propaganda, mostrando ai potenziali nuovi adepti come il corrotto mondo occidentale reagisca sconvolto alle distruzioni di quattro vecchie mura, senza invece investire energie sulla cura delle persone emarginate, che soffrono, sui problemi della loro vita quotidiana, cosa che invece si propone di fare l’Isis.

Non ultimo: dietro questa scatenata furia devastatrice si celano anche ragioni puramente economiche. Saccheggio e mercato illegale sono pratiche ampiamente diffuse, utilizzate a fianco delle distruzioni di manufatti. A Mosul anche biblioteche e università sono state obiettivi di molteplici incursioni, dove migliaia di libri e manoscritti secolari sono scomparsi nel mercato nero dell’arte internazionale.

L’Onu ritiene che questo traffico illecito avvenga ormai su scala industriale: dalle vendite di manufatti antichi, l’Isis guadagna decine di milioni di dollari, che utilizza per finanziare la propria economia di guerra, e i mercati di Giordania e Turchia sono inondati di reperti provenienti dalla Siria.

E purtroppo è proprio la Siria che accoglie città come Damasco e Aleppo, tra più antiche città popolate del mondo; è sempre la Siria, il luogo di nascita della società agricola. Allo stesso modo, nella vicina Iraq, vi sono città come Mosul, la seconda più grande città del Paese, da tempo nota per la sua diversità religiosa: in passato sede di persiani, arabi, turchi, e cristiani di tutte le confessioni, o Ninive, una delle più grandi città dell’antichità, ex sede dell’impero assiro.

E’ proprio qui che l’Isis ha abbattuto la sua furia devastatrice, in quello che considera ormai il suo impero, marcando con i suoi bulldozer molti luoghi appartenenti alla culla della civiltà, anche nota come mezzaluna fertile, sede dell’antico impero mesopotamico, costruita da innumerevoli stratificazioni di civiltà diverse e tra i più ricchi luoghi al mondo, in termini di storia.

Come si evolverà quest’ondata distruttiva, fino a che punto arriveranno? Il terribile conflitto che sta travolgendo il Paese rischia di privare per sempre tutti noi, insieme alle future generazioni, di parti fondamentali di questa ricca storia.