Mentre le previsioni di crescita del Paese vengono riviste al ribasso, il governo cinese annuncia un’imponente misura di stimolo fiscale per spingere l’economia. Durante il G20 di Ankara, infatti, il ministro delle Finanze Lou Jiwei ha anticipato che quest’anno Pechino aumenterà la spesa statale del 10%, portandola a tre punti percentuali in più rispetto a quanto previsto dal budget. Questo con l’obiettivo di accompagnare la transizione del Paese da un modello basato sulle esportazioni e gli investimenti a uno incentrato sui consumi interni. L’evoluzione si sta rivelando molto più complicata del previsto, con il risultato che nel frattempo il Pil rallenta. Lo stesso Ufficio nazionale di statistica di Pechino, le cui rilevazioni sono considerate non del tutto attendibili visto che non è indipendente dall’esecutivo, ha rivisto al ribasso il tasso di crescita del 2014 portandolo dal 7,4% al 7,3% e ha reso noto che si tratta del progresso annuale più basso degli ultimi 24 anni. Colpa del “rallentamento dell’edilizia, dell’indebolimento della domanda interna e delle difficoltà delle esportazioni”.

Una diagnosi pericolosamente simile a quella che vale per molti Stati europei. Il titolare delle Finanze ha anticipato che il Paese nei prossimi cinque anni attraverserà un periodo di “doglie da parto” per completare le principali riforme strutturali entro il 2020, ha spiegato Jiwei. E nel corso di questa fase di passaggio la crescita attesa non supererà il 7% l’anno. Di qui la decisione del governo di Xi Jinping di varare un pacchetto di stimolo, che si tradurrà però in un allargamento del deficit di 270 miliardi di yuan, fino a quota 1,6 trilioni di yuan. I dettagli dell’intervento non sono stati rivelati, ma secondo gli analisti le risorse non saranno investite in infrastrutture, visto che l’obiettivo è proprio spostare il fulcro della crescita della Repubblica popolare da edilizia e grandi opere ai consumi delle famiglie. 

Nel frattempo le autorità cinesi hanno messo in campo interventi di stampo dirigista e interventi repressivi di presunte turbative del mercato per sostenere i listini azionari. Che sono crollati del 40% circa dallo scorso giugno, contagiando anche le borse occidentali. L’Authority di Borsa lunedì 7 settembre ha annunciato una stretta della supervisione per “stabilizzare il mercato”. “Il governo normalmente non dovrebbe intervenire”, si legge nel comunicato, “ma quando si verificano severe e anormali fluttuazioni non può stare a guardare”. Il governatore della banca centrale cinese Zhou Xiaochuan, intervenuto durante il G20, ha ammesso lo scoppio di una bolla finanziaria, ma ha sostenuto che “la correzione sui mercati azionari è quasi finita e i mercati finanziari mostrano la speranza di stabilizzarsi”.