Un capolavoro, una sorpresa e poco altro. Al sesto giorno del suo svolgimento, il concorso di Venezia 72 appare decisamente sotto tono. Dei 21 titoli concorrenti ne sono passati, ad oggi, 9, ovvero poco meno della metà. Se il “giro di boa” è previsto quindi per domani, si può già iniziare a decifrare il valore delle opere selezionate quest’anno da Alberto Barbera e il suo team in corsa verso il Leone d’oro. Che, dovesse essere scelto in questo momento, non avrebbe altro indirizzo che quello di Alexander Sokurov. Il suo mastodontico Francofonia spicca impietosamente (e prevedibilmente, visto il talento del Maestro russo) su avversari anche di rilievo ma forse non in forma smagliante.

Il film presentato dal già vincitore del Leone veneziano nel 2011 con il magistrale Faust è un’elegia di straordinaria bellezza che irradia dal Louvre parigino, oggetto/soggetto della riflessione di Sokurov. Ma a differenza di Arca Russa (2002) che pure aveva al centro un museo, L’Hermitage, in questo caso il film si compone di una struttura su più livelli narrativi con il regista voice over ma anche a tratti presente nel suo studio casalingo, che racconta le gesta di due grandi uomini, nemici di guerra ma complici nel tentativo di salvaguardare i tesori artistici contenuti nel Louvre: il tedesco Metternich e il francese Jaujard.

Se il primo non ha bisogno di presentazioni, il secondo fu il direttore del grande museo durante l’occupazione nazista della Francia. I loro incontri sono intervallati da inquadrature delle principali opere del Louvre, da immagini di Parigi durante la II Guerra Mondiale ma anche di mondi solo apparentemente distanti, resi coerenti e “sensibili” dalla grande mente visionaria di Sokurov. Un film sul passato che innverva vigorosamente il presente, che si interroga sul senso dell’Arte, sul valore della Memoria storica, sul significato – se oggi ne ha ancora – dell’Europa, di cui il regista parla quasi come un padre fondatore. Una sinfonia sublime che avvolge audio-visivamente lo spettatore lasciando incantati i sensi e l’intelligenza. Difficile trovarle un concorrente, almeno finora. Anche la griglia di critici italiani chiamata a votare i titoli concorrenti ha dato una media di 4/5 all’opera di Sokurov.

Lontano da questi livelli ma papabile a premi, specie per l’interpretazione magistrale di Fabrice Luchini, è l’ottimo L’hermine del francese Christian Vincent, un court movie scritto benissimo e altrettanto interpretato che interseca lo svolgersi di un processo (ove Luchini è il presidente della corte d’Assise) con la vita privata di lui e di alcuni dei giurati. Di buona qualità è parso anche l’altro francese in gara, Marguerite di Xavier Giannoli, ritratto in versione mèlo della “peggiore cantante lirica di tutti i tempi”, ispirato alla reale vicenda di una cantante americana ma trasposta da Giannoli nella Francia anni Venti. Del film spicca la performance della protagonista Catherine Frot, finora la candidata più accreditata alla Coppa Volpi femminile.

Forse anche migliore della connazionale Juliette Binoche vista ieri ne L’attesa di Piero Messina, di cui si è già scritto. E se discreto – ma non oltre questo giudizio – è il fantascientifico americano Equals di Drake Doremus, deludente è invece risultato The Danish Girl del premio Oscar Tom Hooper. Ambizioso nella sua leccata perfezione, non vibra nè pulsa come il suo bel soggetto richiedeva, nonostante le interpretazioni di Eddie Redmayne e di Alicia Vikander. Si aspettava maggior qualità anche dall’opera dell’argentino Pablo Trapero, che con El Clan ha confezionato un solido film di genere – criminal drama – ma niente di più. Va infine registrato che il peggiore dei titoli concorrenti finora passati in programma è l’australiano Looking for Grace, di una poco ispirata Sue Brooks.