Da oggi quattro è il numero perfetto. Il triangolo non conta più. Il quartetto, due maschi e due femmine, è meglio. La lezione di regia del testo, e quindi degli attori, la dà Luca Guadagnino, in quello che è il suo miglior film, A bigger splash, in Concorso al 72esimo Festival di Venezia. I soggetti orchestrati, un divismo glamour di altissima levatura, rispondono al nome dell’assidua musa dei suoi film, Tilda Swinton; di una certa Dakota Johnson (50 sfumature di grigio); ma soprattutto di uno scatenato Ralph Fiennes, e di una stellina nascente nel firmamento hollywoodiano: il belga Matthias Schoenaerts.

Poi in tanti a dire che c’è pure Pantelleria a fare da quinto attore, e addirittura un sesto, che è Corrado Guzzanti in venti minuti finali di sublime farsa che ha fatto imbestialire molta stampa accreditata, vestali di un realismo cinematografico davvero semplicistico e sterile. Intanto va subito precisato che A bigger splash è un gran buon film, modulato su tre tempi dell’anima: quello leggero della risata, quello palpitante del desiderio, quello tragico della violenza. I fischi suddetti, come in mille altre occasioni al Lido di Venezia, sembrano provenire da un profondo e ombroso inconscio collettivo che fatica a sforzarsi oltre un banale campo e controcampo, dialogato con un “ti amo”, “anch’io”.

E’ la leggenda del rock, Marianne Lane (la Swinton) a godersi un riposo meritato dopo i concerti che hanno riempito gli stadi. Con lei, in una splendida casa di Pantelleria immersa nella vegetazione mediterranea si è ritirato, tutto nudo come mamma l’ha fatto il taciturno Paul/Schoenaerts: almeno una quindicina d’anni più giovane della donna, piuttosto coinvolto nel soddisfarla sessualmente. Molta l’intesa e poche le parole tra i due, anche perché Marianne deve tenere a riposo la voce, quindi non parla praticamente mai in due ore di film. La pace e l’isolamento sono interrotti dalla telefonata di Harry/Fiennes, scatenato produttore di Marianne nonché suo ex: il maturo discografico non lascia nemmeno fiatare i due, la telefonata arriva direttamente dall’aereo Alitalia che plana sopra le loro teste e sta per atterrare. Per far deflagrare ulteriormente la tranquillità e in fondo l’equilibrio di coppia dei due, Harry si è portato la giovanissima Penelope/Johnson, una sensuale ventenne che dice di aver scoperto essere sua figlia da qualche mese. Dapprima tra i quattro è tutto un giocare in punta di preparazione di cibi, di nutrimento, di relax, di festa, di balli e canti con Harry a fare da irrefrenabile aizzatore; poi lentamente penetra lo stimolo irresistibile del desiderio, le coppie si mescolano ma non sappiamo fino a dove, e quello che sembrava un’apparente e sopito conflitto si trasforma in tragedia proprio come ne La Piscina, il film di Jacques Deray del ’69 di cui A bigger splash è un remake.

“Con il mio sceneggiatore abbiamo provato a rivedere il film in Blue Ray ma il disco non funzionava”, spiega con ironia Guadagnino alla stampa italiana dopo che la primissima proiezione stampa della mattina è stata accolta dai fischi. “Quella de La Piscina è una storia vista mille volte. Io ho invece cercato di filmare l’invisibile, il desiderio che produce tutto anche conseguenze estreme. Poi ho ritratto l’isola, la pioggia, il calore, ma non il film di Deray. In fondo fu StudioCanal dopo aver visto Io sono l’amore a chiedermi di farne un remake e io rifiutai due volte, fino a quando ricordai uno dei miei motti, ai desideri altrui si deve venire incontro”.

Così Guadagnino s’è ricreato la sua “piscina”, traendola più dal dipinto di David Hockney che dal mesto cinema di papà di Deray, un tuffo dove l’acqua è blu, più intensa, ma anche accecante, profonda e si riempie di sabbia se qualcuno non la usa solo per nuotare ma anche per uccidere. “Vorrei smontare l’equivoco del mio cinema che piace agli americani perché faccio il film che loro si aspettano da un regista italiano”, continua il regista. “I più incondizionati ammiratori di Io sono l’amore vengono dalla Corea del Sud e dalla Svezia. Truman Capote disse che il cinema non avendo confini non ha geografia. Forse l’oggetto del contendere è come ci raffrontiamo noi italiani con la rappresentazione della nostra prossimità. E’ problematico guardarsi. Io non sono di quelli che non vendono cartoline utilizzando le pro loco”. Sui fischi ricevuti dal film nelle due proiezioni stampa, Guadagnino osserva: “Sono nella natura del festival di Venezia e della moltiplicazione delle opinioni: ognuno le esprime come crede”.

E poi ci sono i migranti in fuga nel Mediterraneo che incrociano le vicissitudini dei protagonisti più volte diventando una specie di (valido) capro espiatorio per il quartetto, diventato terzetto, borghese: “Mi interessa sempre la natura dell’alterità, il modo con cui noi così chiusi in noi stessi ci confrontiamo con la diversità. Marianne usa i migranti per salvare il suo privato e vedi dipingersi su di lei lo scacco matto etico a cui si è condannata”. I fischi, infine, vengono rispediti ai mittenti: “Dove sarebbe lo scandalo in Guzzanti che interpreta il maresciallo? Mi si contesta il finale con questo comico di sublime grandezza che non è credibile a recitare in siciliano? Giuseppe Verdi scrisse il Falstaff a 80 anni. E proprio come nell’ultima scena di quest’opera io metto in scena gli attori tutti insieme davanti al pubblico per dire “Tutto il mondo è una burla”. Se non si fa un cinema prendendosi dei rischi perché lo dovrei fare?”.