72° Mostra del Cinema di VeneziaChe cosa sarebbe un festival senza le star? Nulla. E anche fregiarsi, soli al mondo, del titolo di Mostra d’Arte Cinematografica non cambia le carte: una star non è (più) per sempre, ma svolta ancora la giornata, richiama torme di ragazzini vista red carpet e strozza in gola, quella di addetti ai lavori e giornalisti, il refrain “Morte a Venezia”. Sempre ammesso che non piova: ieri il diluvio. Dopo Johnny Depp, gonfio come una zampogna ma sempre Johnny Depp, la 72ª Mostra sfodera Kristen Stewart, la Bella di Twilight, e Eddie Redmayne, fresco di Oscar per il ruolo di Stephen Hawking ne La teoria del tutto. Entrambi, coincidenze di cartellone, oltre alla pioggia portano al Lido l’amore: la prima con il romanticismo distopico di Equals, il secondo con The Danish Girl, il biopic di Einar Wegener, un pittore danese che nel 1930 cambiò sesso e divenne Lili Elbe.

Quest’ultimo è film molto convenzionale, leccato e laccato da Tom Hooper, il regista Oscar de Il discorso del Re, e ben interpretato sia dal trans-formista Redmayne che da Alicia Vikander, la moglie di Einar Gerda, anche lei pittrice.

Ha raccolto applausi, che per carità ci stanno, ma una Mostra d’Arte non dovrebbe pretendere, ovvero osare, di più? “Con Tom ne abbiamo parlato per anni, l’idea di trasformarsi non è semplice da mettere in pratica. Lili è per me un sogno realizzato, ma credo di non aver trasmesso alcunché del suo coraggio”: Redmayne ha ragione, il coraggio manca soprattutto al film. Che ha tutte le virtù, dalla pulizia estetica alla solidità drammaturgica, tranne la più importante: la sporcizia, ossia l’odore del sangue, della paura e del sesso. Non casualmente, quando il tenero Einar sculetta per un parco francese e viene massacrato di botte da due bellimbusti omofobi il livello di realismo è sottozero. Tocca accontentarsi di costumi fin troppo sontuosi – agli Oscar se la vedrà con Carol – e dei sorrisini, le smorfiette, i cincischiamenti di Einar, che si volle Lili senza rinunciare a Gerda: un triangolo amoroso a geometrie variabili, cui l’Hans del damerino Matthias Schoenaerts (oggi lo si vede in A Bigger Splash di Guadagnino) non aggiunge il quarto lato, ma solo un quarto di bue. Pur se il buon Eddie – tranquillo, la candidatura agli Oscar è assicurata – elogia “le tante persone nella comunità transgender che mi hanno dato la loro gentilezza e il loro aiuto”, la scelta di affidare a un non trans il ruolo di un trans non è solo polemica di lavorazione, ma tara poetica, sintomo scoperto di irresolutezza: “L’accesso agli attori transgender – conviene Hooper – è d’importanza chiave, ma nell’industria attuale è ancora molto limitato. Credo si possa fare di più”. Per esempio, caro Tom, guardarsi una puntata di Transparent. Rimane in piedi, per questo Discorso del Trans, una certezza: il peggio non abita qui.

Per quello c’è lo science fiction bimbominkia del sopravvalutato regista americano classe 1983 Drake Doremus: Equals riesce a restituire a Twilight una statura da storia del cinema e, per rimanere in tema, stigmatizza l’involuzione della Stewart, che prima duetta alla grande con Juliette Binoche nel Sils Maria di Assayas e poi ricade nell’amore ai tempi dell’acne, che siano vampiri o, qui, umani de-sentimentalizzati poco importa.

Stessa sorte tocca al compagno di set e passione finzionale Nicholas Hoult: il bambino di About a Boy è cresciuto, pochi mesi fa l’abbiamo lodato in Mad Max: Fury Road, ora quegli applausi li riprendiamo indietro. Due bietoloni oltre le necessità atarassiche del ruolo: Kristen recita con gli incisivi, Nicholas ciondola, mentre Equals dischiude un futuro senza emozioni e sentimenti che peraltro Doremus definisce “utopico”. Bah. Nia (Stewart) e Silas (Hoult) sono tra i pochi “sfortunati” ancora colpiti da Switched On Syndrome (SOS), ovvero tornano preda delle emozioni e si accendono come noi, rischiando un trattamento farmacologico o addirittura il Den, un centro correzionale senza uscita… Per darvi un’idea, la Stewart asserisce che “è difficile recitare in un mondo privo di emozioni, recitare come se stessi morendo, cercando di esprimere il nulla”, consegnando l’intera sala stampa a un dubbio ferale: si riferirà alla sua intera filmografia o solo a Equals? Eppure, c’è chi la supera: il suo regista, che prima squaderna “L’amore è la droga migliore” e poi dichiara tronfio di aver scopiazzato Blade Runner, Alps del greco Yorgos Lanthimos e “il migliore di tutti, Shakespeare”, per Romeo e Giulietta. Un altro dubbio, ancor più letale, ci assale: di quale film starà parlando Doremus?

il Fatto Quotidiano, 6 settembre 2015