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Chi ha una certa età, come il sottoscritto, ricorderà che negli anni sessanta/settanta, ma anche successivi, dello scorso secolo (fa un po’ impressione dirlo, ma tant’è…) era del tutto abituale vedere dei ragazzi con la maglietta recante il logo “Fate l’amore, non fate la guerra”, oppure, semplicemente la scritta “Peace”, oppure ancora “No nukes”, oppure ancora l’immagine del sole che ride, e via discorrendo. Stesso discorso per le spille. E sulle auto erano altresì frequenti gli adesivi che identificavano in qualche modo il proprietario del mezzo, il suo credo, magari le sue lotte. Oggi non è più così.

I ragazzi non portano spille, non indossano magliette con cui comunicare a terzi un loro credo, e le loro auto sono “grigie”, come spesso il colore delle carrozzerie.
L’ultima grande lotta per un ideale, per il quale è stata anche prodotta una valanga di spille, adesivi, magliette con cui comunicare a terzi il proprio credo è stata la battaglia contro il Tav in Val di Susa. Una battaglia a cui tanti giovani hanno aderito, ed era così che li vedevi girare: con le magliette “A sarà dura”, e gli adesivi di simil fatta, stampati sulle carrozzerie delle loro auto. Dico “li vedevi” perché oggi la spinta si è comprensibilmente ridotta e va da sé che in questi giorni per la presentazione di un libro io mi sono ritrovato in valle ad essere l’unico che indossava il capo nero con la scritta rosso fuoco.

Non parliamo poi del logo delle associazioni ambientaliste. Se un tempo qualche panda (WWF) o qualche cigno (Legambiente) li vedevi in giro, oggi proprio non è più così. I numeri del resto, impietosamente, sono lì a denunciare la disaffezione dei nostri ragazzi specie per i temi ambientali. Magari fanno la raccolta differenziata, magari sono anche contrari agli Ogm, ma finisce lì: non aderiscono a nulla, non vogliono mostrare nulla. Non hanno nulla da mostrare. Magari i tatuaggi…ma quelli sono un’altra cosa.
Talvolta mi viene da pensare che forse – non solo, ma anche – sarà perché noi adulti siamo l’esempio della sconfitta: partiti con tante belle speranze e poi schiacciati da quello che chiamavamo “sistema”, che già nella parola si capiva che ce le avrebbero suonate. Per loro, per i ragazzi, siamo giustamente degli sconfitti, e la nostra è invece, si sa, una società in cui devi emergere, devi essere un vincente.

Non so, sono parole un po’ in libertà che mi sentivo di dire. Che ne pensate voi?