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Le buone notizie, secondo i vecchi canoni del giornalismo, non sono notizie: la notizia è se un tizio cade dal balcone; se invece non cade e resta sul balcone nessuno ne scrive, altrimenti manca lo spazio per raccontare tutti quelli che nel mondo si affacciano al balcone senza precipitare di sotto. Però, con l’aria che tira, le vecchie regole non valgono più. C’è voluta la foto di Aylan, il bambino siriano di tre anni annegato mentre, con altri profughi, cercava di raggiungere dalla costa turca di Bodrum le coste dell’isola greca di Kos, per togliere normalità alla conta quotidiana delle centinaia di migranti che affogano durante le traversate.

Senza il cadaverino di Aylan, quei numeri resterebbero tali e farebbero notizia solo sopra il migliaio (per ora: poi sopra la decina di migliaia e così via, in una cinica escalation dell’assuefazione). Perciò quasi tutti i quotidiani e i siti del mondo hanno violato un’altra regola aurea del giornalismo: non si pubblicano foto di bambini morti. Questa volta è diverso, non c’è nulla di morboso nel mostrarli: c’è semmai il tentativo di reagire alla mitridatizzazione dell’orrore, alla routinizzazione della morte, e anche di dare un volto e un nome a quella massa indistinta di cadaveri senza identità che ogni giorno s’inabissano sui fondali del Mare Nostrum e della nostra memoria. La buona notizia è che, dopo quella foto, chi dice “invasione” come se parlasse di cavallette o zanzare o topi, forse si vergognerà almeno un po’.

Voltando totalmente pagina, c’è qualche buona notizia anche nella nostra politicuzza domestica. Il Pd annuncia di avere raccolto 5 milioni di euro da oltre 500 mila contribuenti che hanno deciso di finanziare il proprio partito con il 2 per mille sulla dichiarazione dei redditi del 2015. Anche Sel esulta, avendo raccolto 900 mila euro (degli altri partiti si sa ancora poco, e dei 5Stelle che preferiscono le donazioni private, dirette e volontarie). È un buon segno, rispetto al primo anno di sperimentazione della legge Letta, il 2014, quando tutti i partiti insieme avevano raggranellato la miseria di 325 mila euro. Il Fatto, pur giudicandola un progresso rispetto al finanziamento pubblico diretto a pioggia (2 miliardi e mezzo sgraffignati dai partiti ai cittadini in vent’anni in barba al referendum del 1993), aveva criticato la legge Letta quando fu varata due anni fa, perché sostituiva al finanziamento pubblico diretto quello indiretto.

Noi preferiamo che i contributi siano liberi e spontanei, non detratti dalle tasse, cioè senza oneri per lo Stato: l’attuale sistema invece continua a sottrarre risorse all’erario. Però riconosciamo che non è un segnale da poco il fatto che mezzo milione di cittadini devolvano in media 10 euro per sostenere il primo partito italiano. E il merito è senz’altro di Matteo Renzi, che ha saputo motivare una parte consistente della sua base. Ha perso molti iscritti e una dozzina di punti nei sondaggi rispetto alle Europee del maggio 2014, segno che non tutti gli elettori condividono la sua politica. Ma quello zoccolo duro di sostenitori è un segno di vitalità e partecipazione che non va trascurato nemmeno da chi, come noi, è critico con molte delle sue “riforme”. E nemmeno da Renzi, che dovrebbe leggervi una nuova voglia della gente di partecipare e contare nella politica, difficilmente compatibile con la sua concezione verticale della democrazia: cioè con l’Italicum dei capilista nominati, il Senato dei non eletti, la scuola dei superpresidi e dei prof esodati, la Rai dell’uomo solo al comando, i sogni (anzi, incubi) del sindacato unico e del partito della nazione. L’altra buona notizia è che i partiti, visto che il 2 per mille mantiene solo una minima parte delle loro strutture elefantiache, dovranno per forza dimagrire. Oppure vendersi l’immenso patrimonio immobiliare che posseggono tramite fondazioni ben poco trasparenti.

Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo qualche buona notizia da dare in casa nostra. La riforma grafica e la campagna di rilancio del Fatto ci ha portato alcune migliaia di nuovi lettori e abbonati: persone partecipi, che vogliono rendere sempre migliore il proprio giornale. Lo testimonia l’alluvione di email e di lettere che ci piove ogni giorno addosso e a cui cerchiamo sempre di rispondere. E lo conferma la bella partecipazione alla nostra festa romana di Castel Sant’Angelo, specie dopo la maldestra censura sulle intercettazioni di Mafia Capitale. Ora confidiamo nel bis alla tre giorni della Versiliana, da stasera a domenica.

A chi ci chiede “che possiamo fare per cambiare le cose?”, rispondiamo che siamo soltanto un giornale. Ma possiamo fare moltissimo. Se, come temiamo, passerà la controriforma costituzionale, ci sarà presto da organizzare i comitati per il No al referendum: e, mentre tv e grandi giornali spargeranno anestetico, occorrerà un surplus di informazione. Idem per l’imminente sentenza della Consulta sulla legge Severino, che lorsignori vorrebbero cancellare proprio nella sua parte migliore: quella che sospende gli amministratori locali arrestati o condannati in primo grado e manda a casa gli amministratori locali e i parlamentari pregiudicati. Se poi il governo perpetrerà l’ultima porcata, cioè il bavaglio sulle intercettazioni penalmente ma non moralmente irrilevanti, l’esperimento di Castel Sant’Angelo diventerà un format virale: faremo obiezione di coscienza, pubblicando sul Fatto tutte le conversazioni proibite e leggendole in ogni piazza d’Italia. E vedremo chi ce lo impedirà.

Il Fatto Quotidiano, 4 settembre 2015