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Dopo che per decenni nuvole di parole illusionistiche hanno trasformato la scena politica nel set di un reality-show, parrebbe che le dure repliche della realtà stiano smascherando quelle pervicaci macchinazioni per truffare la pubblica opinione.

In Italia, come in Europa e nel mondo.

Forse perché a capo di una Confindustria che ormai non conta più niente, Giorgio Squinzi (nella veste a sonagli del “fou du roi”?) si prende la briga di smentire le balle del premier Renzi, intonando un controcanto impensabile nel recente passato: gli infinitesimali segni di ripresa, che il fanfarone di Rignano sull’Arno accrediterebbe alle sue strampalate riforme puramente labiali (Job Acts), dipendono soltanto dal crollo dei prezzi delle materie prime e dall’andamento delle valute (dollaro su, euro giù). Il solito “miracolo italiano” da peracottari; questa volta – e finalmente – chiamato con il suo vero nome e cognome. E non saranno le paginate sul Corriere della Sera, comperate dai rampanti di una finanza per lo più con le pezze al sedere allo scopo di acquisire benemerenze agli occhi del Matteo Superbone a modificare un dato di fatto: come si può pensare di essere realmente usciti dalla crisi in assenza di modificazioni strutturali del sistema nazionale d’impresa; al palo da decenni per insipienze imprenditoriali e serrate degli investimenti? Altro che articolo 18!

Ma le repliche della realtà non si fermano all’intronato teatrino italiano.

In questi giorni sto scrivendo un saggio sull’Unione europea (“qual è l’epicentro della crisi Ue: i Piigs o Berlino?”) e per questo ho dovuto chiedere lumi ad amici tedeschi, ricavandone un quadro tendente al depressivo. Tanto che il vecchio francofortese Claus Offe ora dichiara che “la Germania è nell’impasse più completa, non può fare un passo indietro, non può fare un passo avanti, non può stare ferma”.

Ma l’operazione verità non si ferma qui. Per anni (e per la delizia dei liberisti nostrani) c’è stato spiegato che il miracolo economico tedesco dipendeva dalle riforme del governo a guida del blairiano Gerhard Schröder, all’insegna della precarizzazione del lavoro. Ora arriva Wolfgang Streeck, direttore del Max-Planck-Institut di Colonia, a fornirci tutt’altra versione: le liberalizzazioni promosse dal governo “sinistra al cachemire” si limitarono a intaccare il regime dei sussidi alla disoccupazione e favorire l’espansione del lavoro a basso costo fuori dai settori chiave tradizionalmente tutelati (in particolare la meccanica di precisione). Mentre il vero fattore di successo fu la cogestione con le rappresentanze sindacali della congiuntura favorevole all’offerta di prodotti manifatturieri d’alta qualità sul mercato globale. E così parte un’ulteriore puntura di spillo ai palloncini gonfi di bugie che per anni riempirono il cielo sopra l’Italia. Perché quanto viene detto dagli osservatori esteri si parla di un “ricco party” per le economie manifatturiere, durato grosso modo un decennio – dal 1995 al 2005. Qualcuno dalle nostre parti se n’era accorto?

Con buona pace delle pelose/consolatorie ricostruzioni del recente passato proposteci dall’ineffabile Renzi in chiave ecumenica (per cui avremmo perso tempo in sterili polemiche tra berlusconismo e anti-berlusconismo), in effetti il tempo perduto sarebbe stato quello assorbito dai personali guai giudiziari del pregiudicato di Arcore. Mentre il Paese mancava il treno della ripresa economica.

Un’opera disinformativa a livello di massa che – stando a quanto scrive l’ex ministro degli esteri Joschka Fischer – si ripeterebbe anche sulla demonizzazione dell’euro. I cui effetti devastanti non sono economici ma politici: la ri-nazionalizazione dell’Europa. Nel caso tedesco, in quanto Angela Merkel e Wolfgang Schäuble sarebbero all’inseguimento del voto impaurito dei propri risparmiatori. Con esiti suicidi, per l’Europa ma anche per la Germania. Quello stesso voto impaurito che da noi insegue la Lega di Matteo Salvini, incurante della nuova bolla mistificatoria che sta facendo gonfiare e non spiegando come la nostra industria di trasformazione potrebbe competere comprando materie prime in svalutate lirette. Nell’illusione senza fondamento di ricreare opportunità esportative per i settori dei beni per la casa e per la persona, base del nostro mix competitivo, quando in questi decenni tali prodotti sono ormai appannaggio dei Paesi di nuova industrializzazione, a prezzi per noi inavvicinabili.