Esce oggi il terzo album di Coez, nome d’arte di Silvano Albanese, cantautore e rapper nato in provincia di Salerno ma cresciuto a Roma, intitolato Niente che non va, un titolo che “è la frase che ognuno si ripete soprattutto quando si vivono momenti bui. Ho scelto questo titolo perché credo sia il mio primo progetto in cui inizia a vedersi veramente qualcosa di positivo”. A 13 anni diventa un graffitaro e “Coez” è il tag con cui inizia a dipingere le metro della Capitale e i muri dei palazzi. Quando inizia a scrivere canzoni e a rappare è già noto in città: “Nella vita – racconta – non avevo un obiettivo, ero un po’ come quei ragazzi sperduti che si sfondano di canne. Ho cominciato a scrivere, mi sono aggrappato a questo progetto, per me è stato un’ancora di salvezza. In più ho scoperto che scrivere è terapeutico, e nelle mie canzoni racconto la mia crescita interiore. È come tenere un diario pubblico, non so se sia una cosa sanissima, ma se non fa del male a nessuno e funziona…”. Non è un disco di genere, non c’è solo il rap che ci aspetterebbe da uno come Coez: nel nuovo album c’è un pezzo, Ti sposerai, che è un po’ in stile calypso dalle sonorità un po’ hawaiane. C’è un brano col pianoforte che potrebbe essere un classicone all’italiana, Still Life invece è in stile brit pop.

Coez, finalmente l’attesa è finita, come ti senti?
È da un po’ di notti che non dormo benissimo, mi sento un po’ agitato, ansioso, è un misto di emozioni che sono però abbastanza positive.

Quali sono le ambizioni legate a questo disco?
Spero che disco dopo disco riesca a crescere un po’ di più. Sono un artista che con ogni lavoro è riuscito ad ampliare il proprio pubblico e il raggio d’azione. Mi auguro di avere un supporto anche dalle radio e riuscire ad arrivare a più persone. Finora vado forte sul web, ma credo di poter arrivare anche a gente più adulta. I più piccolini mi hanno sempre sostenuto e stanno crescendo con me in tanti. L’ambizione è arrivare a un pubblico più adulto e non fermarmi alla mia fan base. È un bel minestrone assemblato bene per raggiungere più fasce d’età.

Di te si dice che sei uno dei cantautori rap più apprezzati, ammesso che possa passare una simile definizione…
Oggi si dice che i rapper siano i nuovi cantautori, ma non sono d’accordo, in questo album credo che del rap sia rimasto molto poco. Per chi mi conosce come rapper, è palese il fatto che queste canzoni non sono più riconducibili al genere.

Come definiresti questo album?
Penso che la cosa più bella per un artista sia sfuggire alle definizioni e alle etichette. Nel momento in cui scegli di non fare più musica di genere l’ambizione diventa quella di essere definito solo come Coez. Spero che tra qualche anno, quando parleranno di me, non mi daranno dell’ex rapper…

In un post su Facebook hai scritto: “Tanti sono scontenti dei miei svariati cambiamenti stilistici”. Avevi già messo le mani avanti?
Tanto lo so che succederà anche con questo nuovo disco. A volte mi dicono che era meglio il disco precedente, altri che ‘non sei più quello di prima’. Il pubblico deve mettersi l’anima in pace e capire che è l’artista a decidere cosa proporre. Poi se piace uno lo ascolta, altrimenti no.

Hai mai pensato al fatto che soprattutto i più giovani guardano a te come tu guardavi ai tuoi eroi?
Non penso di essere un cattivo esempio, mi considero un personaggio positivo, quindi non sento questo peso. Certo, ogni tanto faccio le mie sparate goliardiche, un po’ cattivelle. Penso che anche quando scrivi un testo estremo, come ad esempio Dramma Nero che compariva nel disco precedente e che affrontava il tema del suicidio, sono stati in molti a scrivermi che ho salvato loro la vita. Tirando fuori il negativo in me sono riuscito a essere utile a qualcuno. I momenti brutti ce li hanno un po’ tutti, io riesco a raccontarli in maniera personale, intima, la mia forza consiste proprio in questo.

Il tuo nome d’arte da cosa deriva?
In realtà me lo sono dato a 13 anni quando ero un graffitaro e facevo scritte sui muri. Un giorno ero alla mia scrivania che giocavo con le lettere che mi piacevano di più ed è venuto fuori questo nome, Coez. Da lì ho iniziato a dipingere le metro della città, i muri dei palazzi e quando ho iniziato a rappare ero già conosciuto per questa cosa. Alla fine ho tenuto questo nome. Il vantaggio è cheessendo una parola inesistente, tutto ciò che appare sul web legato a Coez è riferito a me.

Un brano come La rabbia dei secondi come nasce?
Il pezzo tende a incitare i secondi, a trovare quella rabbia che permette di arrivare primi. È anche una critica nei confronti dei primi e a chi non è in grado di accettare le sconfitte.

In Costole rotte fai riferimento alla vicenda di Stefano Cucchi.
La canzone si riferisce a storie che hanno un epilogo simile e che a volte non emergono mediaticamente. La storia di Stefano Cucchi è emersa anche grazie alla sorella che giustamente ha alzato un polverone mediatico. La sua storia è triste, ancora oggi non c’è un vero colpevole si sono palleggiati per anni questo cadavere, non si è capito se sia una storia di malasanità, di cattivo servizio pubblico. Spero di esser riuscito a trattare la vicenda con il dovuto rispetto.

Spesso nella musica rap-hip pop si trattano temi a sfondo politico, ma nel tuo disco non se ne trovano molti. C’è qualche tematica di natura politica a cui tieni in modo particolare?
Come molti giovani oggi non sento di esser rappresentato politicamente. Vediamo il male da tutte le parti, e in maniera un po’ egoistica, si tende a farsi i cazzi propri. È un po’ come il cane che si morde la coda. Non voto da qualche anno però penso che anche se non tratto temi politici emerga il mio orientamento.

Nel brano Niente che non va quando canti “Ti schianti in auto ma il cielo è sempre più blu” fai un chiaro riferimento a Rino Gaetano.
Fondamentalmente quel pezzo mi ricordava Il cielo è sempre più blu di Rino, così mi sono sentito in dovere di rendere omaggio a uno dei miei cantautori preferiti. Non faccio il suo nome e anche se non viene capita la citazione, se non si conosce la storia di Rino Gaetano, nel pezzo quella frase funziona. Penso anche che sia un bel gesto nei confronti di Rino.

Qual è la canzone del disco che ti rappresenta di più?
Chiaramente, essendo tutta roba mia, mi rappresentano tutti, ma un po’ di più Niente che non va e La rabbia dei secondi. Non sono stato mai così convinto come in questo disco. Sono consapevole delle scelte che ho fatto, e dovrò stare attento a non farmi abbagliare dai lustrini e dalle insegne luminose che mi illumineranno lungo il percorso.