Prendi 114 sberloni nel giro di una settimana e nemmeno te ne puoi vantare. É questa l’inaudita storia della nazionale micronesiana, che nelle scorse settimane ha sceneggiato una farsa sportiva senza precedenti. Era luglio e in rapida successione la selezione incassava 30 gol da Tahiti, 38 dalle Fiji e 46 da Vanuatu ai Giochi del Pacifico, senza realizzarne alcuno.

La portata della disfatta fa il giro del mondo, come da auspicio dei fini propagandisti oceanici. In greco antico Micronesia significa piccole isole, nome tra i più azzeccati per uno sterminato arcipelago formato da 607 tra atolli e formazioni maggiori. Sperduta nell’oceano, tra le Marshall e la Fossa delle Marianne, è la federazione delle isole Yap, Chuuk, Kosrae e Pohnpei, la principale. Il territorio è unito e sovrano dal 1979, seppur dipendente economicamente dagli Stati Uniti. Nessuna legittimità è invece riconosciuta dal punto di vista sportivo: la Micronesia non è affiliata alla Fifa e può solo partecipare a competizioni locali. La valanga di gol in Papua Nuova Guinea non ha dunque il placet di Blatter e per le statistiche ufficiali non è mai avvenuta. Oggi una petizione depositata sul sito change.org chiede all’organizzazione del pallone internazionale di non vanificare la batosta e accogliere l’arcipelago tra i suoi membri.

I ct? Due ragazzi inglesi assunti via mail – “La Micronesia è uno dei sei stati indipendenti che non fa parte della Fifa – si legge – Il calcio nel Paese è davanti a un bivio: i ragazzi possono farsi abbattere dall’umiliazione mediatica e mollare oppure risollevarsi. Ma questo dipende anche da Zurigo”. A comporre l’appello sono stati due trentenni: Matthew Conrad e Paul Watson. Il primo è nato a Londra e fa il videomaker, mentre l’ex coinquilino è cresciuto a Bristol ed è fratello del noto comico Mark Watson. A unirli un’infinita passione per il calcio e l’insofferenza verso Steve McClaren.

Dopo una discreta carriera da calciatori semiprofessionisti i due iniziarono a coltivare il sogno di giocare una partita internazionale e si misero a caccia di una nazionale interessata. Ben presto capirono però che il progetto era destinato a naufragare, a meno di non volersi sposare all’estero con una sconosciuta per ottenere la cittadinanza. L’eliminazione dell’Inghilterra durante i gironi di qualificazione di Euro 2008 fu una rivelazione: se è diventato commissario tecnico McClaren, attuale allenatore del Newcastle, possiamo farcela anche noi, pensarono.

“Per prima cosa – spiega Paul Watson, che ha studiato italiano a Leeds – cercammo su internet quali fossero le squadre più scarse in circolazione. Wikipedia non lasciò spazio a dubbi: sull’isola di Pohnpei in Micronesia si allenava The worst football team in the world, incapace di vincere un solo match in tutta la sua storia. Abbiamo mandato una mail a un indirizzo trovato in rete e dopo qualche tempo il capo della federcalcio locale ci rispose. Si chiamava Charles Musana e stava per trasferirsi in Inghilterra. Lo incontrammo a Londra, in pratica ci offrì la panchina quello stesso giorno. Era il luglio 2009 e noi eravamo diventati commissari tecnici”. Capirono subito che non sarebbe stata una passeggiata. La maggior parte dei membri della squadra sapeva poco o nulla di calcio, di soldi per strutture e stipendi nemmeno l’ombra: Paul e Matt firmarono un contratto a uno zero, senza alcun numero davanti.

Dal campo con una sola porta al boom del calcio  – “La maggior parte dei giocatori non conosceva le regole, erano per lo più adolescenti e nessuno tra loro era un professionista. A Pohnpei c’era un solo campo da calcio, quasi sempre allagato dalle continue piogge tropicali. Aveva una sola porta e nessuna rete, i rospi saltellavano ovunque sull’erba. Eppure i ragazzi erano motivatissimi e passavano ore a scambiarsi la palla e tirare, insomma intravedevamo del potenziale”.  Un altro limite era legato alle difficoltà nel trovare avversari da sfidare. Le altre isole del Pacifico distano migliaia di chilometri, le trasferte sono un salasso insostenibile. Paul e Matt inviarono mail ai principali club britannici per chiedere una mano: Tottenham, Yeovil e Norwich inviarono i loro kit da gioco. Senza contare i problemi sociali che affliggono la popolazione.

“Il Paese non ha grandi risorse. Le prospettive non sono granché per i giovani, che spesso abusano di droghe e sostanze locali come il sakau e la noce di betel. Inoltre qui il tasso di obesità è circa del 90%. Anche noi in squadra avevamo un giocatore tecnicamente obeso, che riuscì in poco tempo a perdere peso. La prima missione fu proprio insegnare ai ragazzi cosa significasse vivere da atleta”.  Il lavoro dei due giovani commissari tecnici non tardò a dare i suoi frutti. Giorno dopo giorno i micronesiani miglioravano nei fondamentali, mentre nuovi adepti erano conquistati. Anche da un punto di vista organizzativo furono fatti passi in avanti. L’avventura prendeva una piega interessante, il tutto con una colonna sonora italiana,visto che l’inno della nazionale è stato composto dalla band pugliese QuadSun.

Poi, insperato, venne il momento di gioire.  “In poco tempo le cose si erano fatte serie – prosegue Paul Watson – Da una ventina di ragazzi che volevano fare due tiri ci trovavamo a disposizione oltre 150 aspiranti giocatori. Istituimmo la Pohnpei Premier League, campionato che si disputa ancora oggi. Anche su Chuuk e Yap, le altre isole, si registravano progressi, a cominciare dalla realizzazione di nuovi impianti sportivi. La Micronesia era diventata una vera nazione calcistica e lo dimostrò con la vittoria in amichevole contro i Crushers Fc, squadra del campionato della vicina isola di Guam”.  Fu un momento magico, anche perché Guam rappresenta l’esempio da seguire. I cinquecento chilometri quadrati nell’arcipelago micronesiano sono un territorio non incorporato degli Stati Uniti. Giungla e coralli furono teatro durante la Seconda Guerra Mondiale di un conflitto tra Washington e Tokyo, entrambi consapevoli del ruolo strategico ricoperto da questo punto di appoggio lungo le rotte pacifiche.

Dopo la goleada il sogno insperato: entrare nella Fifa – Oggi la nazionale, che rispecchia il mix etnico locale di chamorro, filippini, giapponesi e americani, si sta giocando un clamoroso accesso alle fasi finali delle qualificazioni per Russia 2018. Il cammino della Micronesia è invece solo agli inizi. La consacrazione a livello internazionale non appare dietro l’angolo, come dimostrano le 114 palloni finiti in rete ai Giochi del Pacifico.  “L’unica speranza di crescita arriva da Zurigo, l’affiliazione alla Fifa porterebbe con sé i fondi necessari a pagare allenatori professionisti, l’equipaggiamento e la manutenzione del campo. La pratica è stata avviata nel 2010, è tempo che qualcosa cambi. In passato altri Paesi sono divenuti membri dell’organizzazione e subito il loro livello è cresciuto, il volontariato da solo non basta. Le avversarie della Micronesia ricevono 100 mila dollari all’anno, qui non arriva un centesimo. Il pallone sull’arcipelago può fare il botto, ma serve sostenibilità”.

Il lavoro di Paul Watson e Matthew Conrad è terminato da un pezzo. Nell’ottobre 2010, dopo 15 mesi da allenatori improvvisati, hanno lasciato l’incarico a Stan Foster. I due sono tornati alle loro passioni e hanno fatto tesoro dell’esperienza dall’altra parte del globo. Matthew l’ha raccontata nel documentario di prossima uscita The Soccer Men, mentre Paul ha scritto il libro Up Pohnpei e ha preso un nuovo aereo per Ulaanbaatar, per contribuire alla fondazione della società mongola del Bayangol Fc. Eppure il loro impegno con la Micronesia non è terminato.  “Io e Matt – conclude Watson – non abbiamo mai smesso di lavorare per l’ingresso del Paese nella Fifa, è quanto abbiamo fatto negli ultimi otto anni della nostra vita. Solo quando avremo ottenuto questo riconoscimento potremo metterci a pensare a cosa fare da grandi”.

Twitter: @dario_falcini