Non sono romano, nel senso che non sono nato a Roma e non considero Roma la mia città. Ma sono cittadino romano, nel senso che ci vivo e ci ho vissuto complessivamente e non consecutivamente ormai una ventina d’anni. E sono juventino, non da ultrà, ma visceralmente e palesemente.

Mai in passato, l’essere cittadino romano e tifoso juventino m’hanno contestualmente creato così tanti imbarazzi. E, onestamente, la sconfitta di domenica in campionato – maledetta!, ma meritata – non c’entra nulla.

Comincio dagli imbarazzi più futili, quelli del tifoso. Che non sopporta gli ultrà, qualsiasi sciarpa portino al collo. E che tifa sempre ‘per’ e mai ‘contro’, anche se qualche radicata antipatia la nutre: la mia generazione juventina ce l’ha con l’Inter, non con la Roma – non è una dichiarazione di pace; in un certo senso, è peggio. Ragazzotto, andai in giro per la Lomellina a lanciare volantini di vittoria il 1° giugno 1967 (e ne uscì notizia su La Provincia Pavese); uomo fatto, organizzai un corteo – di due auto – con clacson e bandiere per Washington il 5 maggio 2002 (e ne feci notizia per l’Ansa); e spero nel ‘non c’è due senza tre’ per rinverdirmi la tarda età.

E mi imbarazza il tifoso (juventino) piemontese (di Moncalieri) assessore (romano) e senatore che, in una trasmissione radiofonica di cui non apprezzo lo stile di conduzione e che quindi non ascolto, si adegua allo stile e ricorre a termini inutilmente volgari per esprimere la sua juventinità (che diventa anti-romanità).

Non conosco il senatore assessore Stefano Esposito, che, nella stessa intervista, si rivela ‘leggero’ come assessore – s’è appena insediato e si farà – quanto ‘pesante’ come tifoso. E spero che abbia molte occasioni d’esprimere la sua juventinità in modo gioioso, ma pacato, festeggiando uno scudetto – il 34°, ovviamente – o una Champions – magari, in finale contro la Roma all’Olimpico. ‘Forza Juve’ sempre, ‘Abbasso’ mai.

E veniamo agli imbarazzi più seri, quelli del cittadino – e un po’ tanto anche del giornalista. Mafia Capitale, il funerale show del boss Casamonica, oggi la manifestazione ‘anti-Mafia’ – tirata per le lunghe, perché ad agosto i romani non ci sono (ma i Casamonica c’erano), anche se poi suona bene la coincidenza con l’anniversario dell’uccisione di Dalla Chiesa; e, ancora, le polemiche sul sindaco, che è una brava persona, ma non può essere solo una brava persona; sul Prefetto, che è uno che forse ci sta, ma senz’altro ci fa; e, come sempre, su tutto, il governo, la politica, il Giubileo, la stampa. Che, in una città dove adesso ‘tutti sapevano’, il Mondo di mezzo e le combutte, la mafia e le cooperative, non ha mai saputo nulla; o – ed è peggio – non ha mai scritto nulla.

Uno dice: “Sfido che ti imbarazzi!”. Ma l’imbarazzo mio è quello del cittadino fra cittadini che cercano responsabili, ma non s’assumono la loro responsabilità. Se Roma è così, è anche perché ‘noi romani’ la viviamo così. La vogliamo diversa? Abbiamo cura del bene e del verde pubblico, teniamo in ordine la facciata del palazzo e pulito il marciapiede davanti a casa, compriamo il biglietto per l’autobus – io stamane non l’ho fatto e non mi assolvo perché la macchinetta sull’85 era, come spesso capita, fuori uso, non facciamo i furbi nelle code, siamo cortesi con il prossimo nella metro e per strada, accettiamo e paghiamo le multe – e, ovviamente, le tasse -, non parcheggiamo in seconda fila, andiamo di paletta dietro i nostri cani, siamo intolleranti dell’altrui lassismo come del nostro, viviamo da cittadini ‘padroni’ della nostra città. Che è di tutti; e quindi è anche nostra.

In sintesi, diamo ciascuno il meglio perché Roma nel Mondo non sia Mafia Capitale, o lo show dei Casamonica. Non basta, certo, se la politica non segue. Ma aiuta. E molto. Se non altro a essere meno imbarazzati e a farci sentire meno peggio (se non bene).