mare spiaggia 640

Durante la permanenza estiva presso casa nostra, i miei parenti americani devono aver pensato di essere entrati in contatto con gente depravata e spregiudicata e forse, intimamente, siamo stati oggetto di segreto biasimo.

Che genitori degeneri siamo stati per aver fatto scorrazzare in giardino (e ahimè è successo qualche volta anche in spiaggia) il bambino di un anno e mezzo coi gioielli in bella vista, o per aver fatto indossare alle bambine solo il costume a mutandina.

Decisamente ci siamo salvati perché eravamo in Italia, fossimo stati in America qualcuno avrebbe chiamato la State Police per oltraggio al pubblico pudore.

Il bon ton bigotto americano prevede infatti che le parti “sensibili” del corpo non vadano esposte, bambini ma non solo (i tankini sono popolarissimi tra le neo mamme e dopo i trentacinque anni).

La storia – e ciò non sorprende affatto – prova quanto sia controproducente questa pudicizia coltivata fin da piccoli. Nel luogo dove vivo, meta ambita ogni anno da centinaia di migliaia di statunitensi, i ragazzi del posto gongolano aspettando l’arrivo delle giovani studentesse americane. E diciamo che non è al perfezionamento dell’inglese che puntano.

Nei primi anni ottanta le bambine come me, almeno fino all’inizio della pubertà, non covavano proprio il desiderio di mettersi in bikini, il nostro petto era identico a quello dei maschi e non c’era bisogno di coprirlo. Nessuna di noi sentiva il bisogno di assomigliare, in spiaggia, alle nostre mamme.

Ma nemmeno le bambine di adesso – americane o italiane che siano (anche da noi è da tempo scoppiata la moda dei bikini, ridicolmente sghembi nell’avvolgere qualcosa che non esiste) – avvertirebbero il desiderio di recitare la parte delle donnine, se non fosse per la spinta delle loro madri o per spirito di emulazione.

Forse sono arzigogoli mentali frutto di una lunga estate calda, ma incoraggiare le bambine ad avviarsi prima del tempo sulla strada della maturazione evidenziando la natura sessuale, mi sembra una perdita di tutti. Sia per loro, incoraggiate a precorrere i tempi in atteggiamenti a cui spontaneamente non sarebbero propense, sia per i genitori, che si ritrovano in casa bambine più adulte del necessario.

Chi di noi non ha provato le scarpe col tacco della mamma o non s’è chiusa in bagno provando tutti i rossetti immaginabili uscendone trasformata in Joker? Era un gioco, l’imitazione ludica dell’esempio femminile più prossimo: la propria madre. Ma quando vedo ottenni o novenni in strada, con un velo di trucco, la scarpetta lievemente rialzata, le unghie curate alla perfezione, quello per me ha già oltrepassato il gioco e con l’avallo del genitore, è diventata presa di coscienza.

La spinta sociale e culturale all’identità di genere nasce già dai primi anni di vita: ai maschi macchinine e trattori, il Risiko, i Lego, Ken il guerriero, tutti gli sport. Alle femmine le bambole, i trucchi, le bacchette magiche, la danza classica e Cenerentola. Futuri ingegneri i bambini, principesse disoccupate le bambine.

Oggi, nascosti dietro una finta patina di modernismo, sento gli stessi discorsi che probabilmente si facevano decenni fa. Discorsi che escono dalla bocca di quelle mamme che da bambine giocavano con la bambola preferita e la facevano salvare da quel principe che non si è mai presentato alla porta.

E a sette anni, bikini o no, il tessuto sociale che circonda le bambine resta oliato con gli stessi meccanismi.

Che grande ironia della vita: diventare grandi in fretta e fare di tutto poi per restare giovani.