L’amore verso la Florida è arrivato quando ha visto una scuola elementare a Fort Myers e ha sognato di vederci studiare suo figlio. La decisione di lasciare la sua vita in Italia, quando il suo capo gli ha chiesto di lavorare nei giorni in cui è morto suo padre. È la storia di Graziano Pietropaolo, 46 anni di Casoli, un piccolo paese abruzzese di poco meno di 6mila abitanti in provincia di Chieti, da giugno 2015 emigrato negli States. “Il principale motivo del mio trasferimento? Dare un futuro a mio figlio”. E per il piccolo Matteo, di soli tre anni, Graziano e sua moglie Ada hanno scelto “il sogno americano”.

In Florida “avrà la possibilità di farsi valere all’interno di un sistema meritocratico – racconta l’abruzzese – Negli Usa i bimbi sono abituati e stimolati a far bene fin da piccoli”. Per esempio “se durante l’orario di lezione sei stato bravo in una materia, per quel giorno sei esonerato dal fare i compiti a casa”. Una differente modalità di insegnamento che Graziano ha visto anche nella scuola di Fort Myers, dove regna “ordine, pulizia, edifici in perfetto stato di manutenzione e un clima di serenità”. Altri vantaggi sono l’uso di computer fin dalle elementari e classi composte da pochi bambini.

In Italia, invece, per Graziano i risultati erano stati “deludenti”. Suo figlio era stato iscritto in una struttura privata convenzionata, ma più che un nido il 46enne lo definisce un servizio di baby sitting visto che delle attività decantate a inizio anno non vi era stata alcune traccia. “È chiaro che volevano fare utili tagliando i costi e quindi a scapito dei bambini”, racconta l’abruzzese. La scelta americana, quindi, è verso il suo sistema educativo in toto. “Mio figlio arriverà nel mondo del lavoro prima e con una preparazione più specifica”. Non come in Italia dove “la distanza tra studi e mondo del lavoro è enorme: tanta teoria, insomma, e poca pratica”.

Non si può dire che Graziano – che era responsabile marketing di una multinazionale americana nel settore delle biotecnologie – non abbia provato a realizzarsi in Italia prima di cambiare continente. Poi la scintilla di dare una svolta alla sua vita, quando il suo capo gli ha chiesto di lavorare un paio di giorni dopo la morte di suo padre. “Quello per me è stato il punto di non ritorno. Se ti chiedono di lavorare nei giorni di lutto, cos’altro potranno chiederti?”. Da li la decisione di creare una propria attività. Ma quando, nel 2012, “ho parlato con un commercialista per l’apertura di una Srl in Italia, mi sono spaventato dal numero di adempimenti e costi”. Tempi più brevi in Florida, dove “ho aperto una società che si occupa di investimenti immobiliari in meno di un’ora”.

Qualche problema lo ha avuto prima del trasferimento, ed è l’incubo di tutto coloro che vorrebbero lavorare negli States: il visto. “Ho scoperto l’esistenza del visto E2 (per imprenditori che intendono investire in America, ndr). Quindi ho iniziato a lavorare al business plan da presentare”. Un percorso non facile quando non si conosce a quali professionisti affidarsi. “Ho trovato molti ‘squali’ che volevano complicare il più possibile la preparazione dei documenti solo per farmi pagare di più la pratica”. Poi, superati oltre venti tentativi, il professionista “giusto” è arrivato. E poco dopo, anche il visto.

“Torneremo in Italia solo in vacanza”. E certo, parenti e amici ne sono dispiaciuti, ma non tutti visto che Graziano e Ada stanno facendo da “apripista” per altre coppie di amici intenzionate a trasferirsi negli Usa. In fondo “i nostri nonni hanno fatto lo stesso in passato”. Quando si chiede se andare in Florida sia stata la scelta giusta per suo figlio, Graziano non ha dubbi. “Matteo crescerà in un ambiente meritocratico dove, se vuoi darti da fare, c’è un sistema capace di supportarti. Lo Stato italiano, invece, complica sempre le cose semplici”. E se volesse tornare a vivere in Italia? “Lo rispetterò. L’importante è che sia stato libero di scegliere”.