È testa a testa nei sondaggi tra Alexis Tsipras e i conservatori di Nea Dimokratia quando mancano 17 giorni alle urne anticipate in Grecia, le seconde in appena otto mesi e con i mercati ancora in fibrillazione: spread a 119 punti e avvio in rialzo per le borse europee nonostante i riverberi della crisi cinese. Non solo il premier uscente deve fare i conti con i 25 deputati che hanno formato un nuovo partito, Unità Popolare, ma anche la sua performance come capo del governo sta subendo dei contraccolpi significativi nell’immaginario collettivo ellenico, a vantaggio del segretario dei Neidemokrates.

Dalla sede di Koummoundourou, a seguito del tour di Tsipras a Creta, trapelano i primi timori reali, dopo che fino ad un mese fa il partito veleggiava al 36%. E questa sera in occasione del comizio di Tsipras ad Egaleo dovrebbe essere lanciato il nuovo slogan: “Vinciamo domani”, mentre domenica prossima nel tradizionale appuntamento della Fiera di Salonicco il leader in persona dovrebbe approfondire anche il lato economico davanti ad una platea di industriali.

Secondo la rilevazione “Gpo” Syriza è al 25,3% e ND al 25%, divisi da pochissimo. Sorpresa al terzo posto, staccatissimo: Alba dorata al 5,5%. Mentre gli scissionisti di Lafazanis, Laikì Enothita, sono solo al 4% ovvero a un soffio dal minimo. Tra i leader più graditi spicca però il nuovo segretario di Nea Dimokratia, Vaghelis Meimarakis (al 44,3% di gradimento) che supera Tsipras (fermo al 41,9%). Per il 58% degli intervistati ci sarà un governo di larghe intese, visto che nessuno dei partiti avrà la maggioranza assoluta. Nonostante ciò il 68% degli interpellati considera negativo l’accordo concluso dal governo uscente con i creditori internazionali, ovvero il nuovo memorandum da 86 miliardi. Altri due sondaggi (Alco e Pulse) confermano, anche se con numeri diversi di poco, il trend del primo: testa a testa tra Syriza e Nd, con Alba al terzo posto.

Come dire che nel giro di 30 giorni anche fra gli alti dirigenti di Syriza è maturata la consapevolezza che più di qualcosa è cambiato. Intanto mancano almeno 8 punti degli scissionisti, di cui forse 4 andranno certamente al nuovo partito di Lafazanis e altrettanti nel non voto. In più l’elettorato moderato e incerto, che lo scorso gennaio si era tuffato con convinzione nell’avventura di Syriza, è tentato dall’europeismo dei conservatori con qualche punta di dissenso che dovrebbe dirigersi verso Alba dorata, i cui vertici, scarcerati tre mesi fa per decorrenza dei termini, sono ancora in attesa di conoscere se saranno o meno rinviati a giudizio.

Fuori dai radar i socialisti, frammentati ormai in tre contenitori che rischiano di non portare in Aula nemmeno un deputato: il Pasok dato al 3%, il Kinima dell’ex premier Papandreou (ha annunciato che non si ricandiderà) e il Dimar. Chi annusa che le elezioni non si vinceranno con false promesse è il capo dei centristi di Potami, l’ex giornalista Stavros Theodorakis che attacca il memorandum (“non è sufficiente per portare la Grecia fuori del percorso disastroso. Dobbiamo rispettare l’accordo ma procedere a importanti riforme”) e invoca già da ora un governissimo con tutti dentro, “un esecutivo di unità nazionale per risolvere il dramma del popolo greco”.

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