Una fessura ostile e stretta da cui sbuca un’ostia sacra per la comunione. Primissimi piani di occhi alternati a quelli di un viso di donna. Campo e controcampo e l’ostia viene infilata, spinta, stipata nella bocca di una ragazza che almeno dalla fenditura pare soffrire passivamente l’atto. Poi gli occhi inquisitori di uomo mutano, diventano chiari, guizzanti e indagatori. E ancora controcampo sulle pupille della donna che si ribaltano all’insù come stesse per svenire. Raccordo sul movimento e ancora uno stacco per il particolare delle ginocchia insanguinate piegate a terra della ragazza. E’ la clip in esclusiva per FQMagazine di Sangue del mio sangue, il nuovo film di Marco Bellocchio che sarà in concorso al 72esimo Festival di Venezia e nelle sale italiane il 9 settembre dopo la prima mondiale al Lido.

Per Bellocchio usare la definizione di “autore” è d’obbligo. Forse l’unico rimasto in Italia. Ancora libero nel suo anarchico e saltellante volteggiare tra storie, sogni e misteri della fede mai comparsi. Gli anni sono 75 e i film girati con questo sono 22. L’esordio con I Pugni in tasca fu a Locarno esattamente 50 anni fa. Eppure basta prendere una dichiarazione del regista piacentino rilasciata come commento per l’esordio con Lou Castel e Paola Pitagora, là dove il protagonista spinge la madre giù dal dirupo, e sembra quasi sparire la distanza temporale: come se ogni volta che Bellocchio torna dietro la macchina da presa si rinnovasse il patto di assoluta libertà espressiva con lo spettatore. “La cosa che colpisce di più, oltre a una storia che dà ancora turbamenti è che questo film conserva ancora una forza – ha spiegato Bellocchio qualche giorno fa da Locarno – continua ad avere qualcosa di insolito, un coraggio e una volontà di non adeguarsi ai modelli dell’epoca”.

Anche Sangue del mio sangue non si adegua di certo ai modelli della nostra epoca. Il grande vecchio, dal 2014 diventato presidente della Cineteca di Bologna, è tornato a fare un film nella sua Bobbio dove nella casa di mamma girò proprio I pugni in tasca e dove ogni estate tiene il laboratorio per i giovani “Fare Cinema” e il Bobbio Film Festival che per due settimane ripropone i titoli del cinema italiano che hanno più colpito Bellocchio. E proprio un’estate, alla ricerca di nuove location, il regista scopre le antiche prigioni di Bobbio, chiuse e abbandonate da molti decenni, che in un remotissimo passato facevano parte del convento di San Colombano. In questo convento-prigione, in questa cittadina della Val Trebbia, luogo cinematografico e dell’anima, tra passato e presente, prende vita Sangue del mio Sangue. La sinossi è ancora una volta una traccia, una linea che si snoda tra un qui ed ora, e un altrove onirico, storico, lontano ma immediato, sulfureo e vitale. Federico, un giovane uomo d’armi, viene sedotto come il suo gemello prete da suor Benedetta che verrà condannata ad essere murata viva nelle antiche prigioni di Bobbio. Nello stesso luogo, secoli dopo, tornerà un altro Federico, sedicente ispettore ministeriale, che scoprirà che l’edificio è ancora abitato da un misterioso Conte, che vive solo di notte. “Il film nasce dalla scoperta casuale delle antiche prigioni di Bobbio e mi ha ispirato la storia di Benedetta, una monaca murata viva nella prigione convento di Santa Chiara”, ha spiegato il regista anche sceneggiatore. “Mi parve che questa storia dissepolta da un passato così remoto meritasse un ritorno al presente dell’Italia di oggi e più precisamente in un’Italia di paese, Bobbio, che la modernità, la globalizzazione hanno ormai cancellato”.

Sul set un cast di attori di “famiglia”: Roberto Herlitzka, l’Aldo Moro di Buongiorno, Notte; Pier Giorgio Bellocchio, suo figlio, che ha fatto esordire bambino, per poi dirigerlo in vari suoi film (Buongiorno, notte, Bella Addormentata, Vincere…); Lidiya Liberman, che ha scoperto e voluto a teatro per il ruolo di Helena in Zio Vanja; Alba Rohrwacher, che ha diretto in Sorelle mai e Bella addormentata. E poi Toni Bertorelli, indimenticabile interprete di Il principe di Homburg e L’ora di religione; Filippo Timi ed Elena Bellocchio. Infine, ancora una volta sembrerà che il film racconti una storia avulsa dall’autobiografia e invece alla fine si tornerà a mostrare in scena qualcosa di sé: “E’ vero, pudore e interesse di sé sembrano inconciliabili, comunque non vedo molte possibilità: o continuare per la mia strada o rinunciare alla soggettività come tanti grandissimi artisti e tornare a uno stile oggettivo”, ha dichiarato Bellocchio recentemente ad un settimanale italiano. “Ma quello che sono emerge in qualsiasi film, anche se ne facessi uno su Napoleone. Non è un problema di cinema ombelicale, ma di sensibilità, immaginazione, sguardo”.