“Since then, at an uncertain hour/ Dopo di allora, ad ora incerta/ Quella pena ritorna/ E se non trova chi lo ascolti/gli brucia in petto il cuore”. Sono i primi versi della meravigliosa poesia Il superstite, datata 4 febbraio 1984, edita nella raccolta Ad ora incerta da Garzanti, e scritta da Primo Levi. Già, il sopravvissuto al lager di Auschwitz, quel signore con i capelli e il pizzetto bianco che ogni tanto appare in un filmato delle Teche Rai sopra un pullman, con il colletto puntuto di una polo anni Settanta, a rivisitare il campo di concentramento nazista dove visse forzatamente per un anno tra il 1944 e il 1945. Levi il testimone dell’orrore attraverso la letteratura, ma anche Levi lo scrittore sconosciuto. Uno scrittore grande, immenso, infinito. Milioni di copie vendute nel mondo per Se questo è un uomo e per La Tregua, ma mai accettato pienamente come uno dei più grandi letterati del Novecento: un classico, un evergreen, un autore che va riscoperto e riletto nei minimi dettagli poetici e stilistici. Un Levi “poliedro dalle molte facce”, prova a spiegare nel suo altrettanto immenso ed infinito volume Marco Belpoliti: Primo Levi di fronte e di profilo (Guanda). Un saggio di oltre 700 pagine dedicato alla riscoperta e all’approfondimento di opere, vita, e perfino dello sguardo sul mondo e sulla realtà dello scrittore torinese morto, apparentemente suicida, nel 1987. “E’ stato scritto tanto su Levi, sulla sua testimonianza, o sull’aspetto ebraico, ma non c’era un’opera che tenesse insieme tutto il lavoro e l’esistenza di Levi”, spiega a FQMagazine Belpoliti, importante saggista, autore di decine di libri tra cui Crolli. “Il mio libro è tagliato su un’idea forte: Primo Levi è un grande scrittore. Questa idea, nonostante tutto, non è mai passata, perché in primo piano c’è sempre l’aspetto della testimonianza. La mia tesi quindi è che Levi è un testimone attendibile di ciò che ha vissuto perché è un grande scrittore. Ci sono tanti testimoni che di ritorno dal lager hanno scritto loro memorie della deportazione politica e razziale, anche prima di lui, ma nessuno ha scritto come lui”.

Belpoliti tesse allora la sua tela riverente, che inizia quasi in modo biografico, corre subito sulla produzione letteraria diventata celebre anche se non subito compresa, spazia tra lemmi, temi ricorrenti, fotografie di Levi descritte con lampi di autentica bravura e coinvolgente empatia. I capitoli procedono in modo consequenziale, ma possono, come suggerisce l’autore stesso, essere letti a random. Anche perché le suddivisioni tra parti del testo è fatta da parti stampate con font diversi: “la lettura discontinua è quella consigliata (…) questo è un libro Beaubourg dal momento che come il museo parigino (…) mostra tutto ciò che di solito si nasconde”. Un’enciclopedia leviana che aiuterà il profano a sapere che Se questo è un uomo venne subito, nel 1947, rifiutato da Einaudi: “Era l’epoca in cui la gente ricominciava a vivere e in cui non si sapeva ancora bene e non si provava un forte sentimento per la strage di 6 milioni di persone. C’era un’idea precisa degli antifascisti politici deportati e, pardon, vincenti (anche Levi fu partigiano sulle colline piemontesi, ndr); mentre questi ebrei erano considerati “perdenti”. Di questa rimozione non aveva colpa nessuno direttamente. E poi le case editrici e gli intellettuali cercavano scrittori neorealisti, più da presa diretta. Pensate che perfino Calvino rischiò di non essere pubblicato per questo”. Belpoliti non è di religione ebraica, non ha mai conosciuto Levi di persona, ma ha studiato nel tempo, “progressivamente” le sue opere, tanto da venirne assorbito, ammaliato, sedotto. Ed è proprio attraverso i titoli sconosciuti ai più di Levi, volumi come La chiave a stella, L’altrui mestiere, la raccolta di poesie Ad ora incerta che Einaudi non vuole pubblicare pur negli anni Ottanta con Levi conosciuto in tutto il mondo, vincitore del Campiello e dello Strega, che Belpoliti ricompone la trama letteraria, biografica, e perché no, anche un po’ più intima dell’autore di Se questo è un uomo.

“In Levi è importante come lui dice le cose, la lingua che usa, la sobrietà, la forma di distanza quasi raffreddata ma molto passionale insieme che adotta. In Se questo è un uomo non descrive particolari atroci, le camere a gas che non ha visto, insomma non elenca aspetti “pulp” del lager”, continua l’autore reggiano. “Ragiona invece su come l’uomo può comportarsi con un altro uomo, elemento cruciale che confluirà ne I sommersi e i salvati, dove non parla solo di quanto accaduto nei lager, ma di tutti gli stermini fatti in modo deliberato e organizzato nei 70 anni che sono seguiti al nazismo, quindi in Unione Sovietica, in Cambogia, in Ruanda, e che continuano a susseguirsi come successo ai 71 migranti morti asfissiati in Austria su quel tir maledetto”. “Levi ha scritto: ‘E’ uomo chi uccide un uomo, è uomo quello che è ucciso, ma non è più uomo quello che divide una branda con un cadavere. Frasi così – conclude Belpoliti – per me che ho fatto per 17 anni l’insegnante alle superiori, le scriverei alla lavagna, e direi ai ragazzi giovani: guardate, questo Levi ci aiuta a capire quello che sta succedendo oggi”.