Le dichiarazioni di Renzi sulla questione migratoria (accogliere tutti e dargli un futuro: una prodiga e prodigiosa espansione altermondista del milione di posti di lavoro di berlusconiana memoria) fanno il paio con quelle pronunciate da Mattarella qualche giorno prima, sempre al meeting di Cl. Qui il Presidente risolve il problema nello slogan “umanità con i migranti, fermezza con i trafficanti”. Sicché, bisogna accoglierli ma fermare chi li fa arrivare.

Migranti, chiusa la stazione di Budapest

Mi spiego. Da vari anni noi europei abbiamo formalmente proclamato di volerli accogliere essenzialmente tutti: abbiamo un apparato normativo che – a partire dalla Convenzione di Ginevra, passando per i dispositivi nazionali come l’articolo 10 della nostra Costituzione per arrivare al Regolamento di Dublino 3 – ci obbliga all’accoglienza incondizionata dei rifugiati, di chi subisce persecuzioni, di chi non gode dei nostri diritti. Così – nella difficoltà di distinguere o nella consuetudine di vedere in ogni migrante un rifugiato, un perseguitato – tale apparato configura in pratica un onore generalizzato di accoglienza sostanzialmente assoluta.

Questo slancio di generosità del “vi accogliamo tutti”, con cui ci è piaciuto sbandierare l’illusione edenica di essere già pronti per regalare a tutti un mondo di eguaglianza, benessere e diritti, s’è retto per un po’ grazie al clandestino aiuto “antiumanitario” della distanza geografica, implicitamente favorito da un meno lirico “ma dovete arrivare da soli” (e, soprattutto, per vie “traverse”, visto che li accogliamo ma, con la Direttiva Europea 51 del 2001, gl’impediamo di venire in aereo).

Così, se il proverbio recita “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, tra il dire e il fare dell’Europa c’era provvidenzialmente di mezzo il Mediterraneo. Questo prima che arrivassero gli scafisti a mandare in corto circuito la separazione tra buoni propositi e pessime pratiche, tra generose intenzioni e limitate possibilità, rivelandoci che il nostro illuminismo impastato nel lievito della cultura della bontà si è ridotto a un poco onorevole magheggiamento dove il già imbarazzante “vi accogliamo tutti, se arrivate” finiva per tradursi in un abietto “diciamo che vi accogliamo tutti ma tanto non vi facciamo arrivare”.

Per questo, riducendo la questione all’osso, ci dobbiamo ricordare che li costringiamo agli scafisti perché gli promettiamo accoglienza illimitata ma gl’impediamo di venire legalmente. Gli scafisti li odiamo anche perché tanto sfacciatamente si permettono di rovinare la purezza dell’incantesimo samaritano del “vorremmo accogliervi tutti se riusciste ad arrivare”, facendoli, appunto, arrivare.

Allora, che facciamo? Apriamo tutti i canali! Che vengano in aereo, con voli low cost! Abbattiamo da un giorno all’altro tutte le frontiere! (come chiedono gl’ideologi “noborders”). Però c’è un piccolo problema, talmente banale da restare invisibile ai più (specialmente se ammaliati da fichissimi mantra del tipo “sono tutti rifugiati!”, “siamo tutti migranti!” e via dicendo). Già ora, che devono spendere cifre per loro astronomiche e rischiare la vita in modi spesso terrificanti, i migranti sono tanti. Annullando le distanze ci seppellirebbero. Dati gli attuali dislivelli economici tra Sud e Nord del mondo, chi è che non vorrà venire qui in cerca di fortuna?

Che male c’è? Nessuno, in linea di principio; ma è che nell’attuale dislivello demografico tra Sud e Nord del mondo la cosa sarebbe insostenibile. La libertà di movimento deve essere per tutti, certo, ma bisognerebbe prima creare le condizioni economiche, demografiche e culturali per non fare di tale libertà un disastro; visto che sono già miliardi, con tassi di natalità medi di cinque o sei figli per donna (l’Africa è passata da 200 milioni di abitanti del 1950 a oltre un miliardo di oggi e raddoppierà nel 2050). Però, avendo reso tabù la tematica della natalità catastrofica di quei paesi, non ci accorgiamo di questi aspetti del problema. Così, mentre – soprattutto a causa dell’uso nefasto che il Sud del mondo fa delle innovazioni igienico-sanitarie ricevute dall’Occidente – la popolazione planetaria aumenta di un milione di persone ogni quattro giorni e mezzo, perdura l’ottusa ostinazione dello scollegare totalmente la questione migratoria da quella demografica, per ascriverla prima di tutto a una conseguenza del colonialismo occidentale (seguitando così a fomentare il dovere espiatorio supporta culturalmente l’ideale dell’“accogliamoli tutti”).

Non ci vogliamo rendere conto che questa dell’accoglienza assoluta è una promessa che non possiamo mantenere, prima di tutto per limiti ecologici di capacità di carico, per una questione di sostenibilità che riguarda il rapporto tra territori, popolazione, risorse, lavoro. A lungo termine non la potremo mantenere questa promessa, per il semplice fatto che i suoi destinatari sono troppi, molti di più non solo della nostra ingenerosità, ma anche di tutta generosità che potremmo permetterci con le nostre migliori intenzioni. Così il Mediterraneo è diventato un palo della cuccagna, e il suo attraversamento da parte di corpi costretti alla performance kamikaze di “gettarsi in mare per guadagnarsi il diritto di essere salvati” è un orrido cerimoniale iniziatico con cui, costringendoci a un dovere umanitario, i migranti approdano a esistenze che non saremo in grado di dare a tutti.

Non ce ne vogliamo rendere conto, e in tal modo non capiamo che quel complesso apparato normativo di tanto poetica accoglienza incondizionata va riformato in termini di sostenibilità, ponendo dei limiti in funzione delle capacità strutturali di accoglienza. Qui sarò scomunicato da chi sventola certe normative alla stregua di testi sacri; ma sono tra quelli che, laicamente, pensano che, come è sempre stato, le leggi, anche le più solenni, possano essere rispettosamente ridiscusse, riviste e aggiustate in base alle contingenze del presente storico; perché se ne facciamo i motori primi per la storia futura le trasformiamo in comandamenti. Il punto è comprendere che realisticamente, così come sono, quelle normative fungono da “cavallo di Troia” dentro cui è in incubazione una catastrofe di proporzioni bibliche.

Ma, all’ombra della ragione umanitarista che lo sostiene, l’immigrazionismo nell’immediato rende a molti, e la nostra politichetta funziona proprio nel navigare sottocosta preoccupandosi solo del consenso immediato. Renzi spera che ad oggi, finché l’alternativa anti-immigrazionista è solo l’intolleranza leghista, la maggior parte della gente di buon senso non ingoierà il rospo padano, consentendogli d’invadere l’Italia con la scusa di difenderla; ma o diserterà le urne o si autoimporrà la scelta poco razionale di  votare per chi seguita in vario modo a consentire o a sostenere politiche di accoglienza illimitata (sempre che, dopo tre governi calati dall’alto, ci sia di nuovo consentito di tornare a votare).

Il problema però è che, in Italia ma non solo, questo spettacolo delle “anime belle” reggerà ancora solo per qualche tempo: a meno del miracolo di riportare il lavoro in Europa la cosa scoppierà; ma i danni che si stanno facendo oggi si vedranno in modo diffuso solo fra qualche anno. Certi sporadici segnali inquietanti di questi giorni sono poca roba: la cosa scoppierà in maniera eclatante solo quando questa moltitudine in crescita non sarà più contenuta dal profitto che ne fa l’industria della solidarietà, e finirà in una cornice sociale dove – per esubero di domanda sommato a questioni di crisi economica – non basterà più nemmeno il lavoro da neo-schiavi che gli abbiamo generosamente concesso fino a ieri. Allora per parecchi migranti sarà il momento di attizzare il fuoco fatuo dell’odio antioccidentale, spesso aiutati dal vento dell’islamismo.

Comunque penso che anche in questi casi l’integralismo dell’accoglienza assoluta non potrà essere superato cedendo al populismo razzista delle nuove destre xenofobe. Si potrà fare qualcosa solo se le persone di cultura progressista, superando il blocco che viene dalla paura atavica di essere tacciati di razzismo se si dissente dalla dittatura dell’“accogliamoli tutti”, si accorgeranno in massa che l’immigrazionismo – in quanto maschera di un capitalismo della disperazione che fomenta una globalizzazione della miseria – sottende una negazione degl’ideali della stessa sinistra. Forse, quando comprenderemo che l’immigrazionismo – l’implicito dogma dell’intrinseca positività/inevitabilità delle migrazioni che, a partire dallo stereotipo positivo dell’aprioristica bontà del migrante, regge il dispotismo dell’accoglienza assoluta – è lo zombie altermondista del comunismo, capiremo che la parola “sostenibilità” si può e si deve mettere anche davanti a quella “migrazioni”. Faremo in tempo a imparare davvero ad accogliere e, insieme, a respingere?

Qui la prima parte