Reguitti-Miami

Sala d’attesa del Miami International Airport: tra le moderne sedie in acciaio una tradizionale a dondolo. Diverse altre sparse negli ampi corridoi dello scalo internazionale e quasi nessuna immobile perché prese d’assalto da grandi e piccini che ingannano l’attesa del decollo con il piacevole dondolio.

Passato e presente, vecchio e nuovo insieme senza che uno escluda necessariamente l’altro senza che l’altro depredi l’uno. Esattamente a questo ho pensato nel vedere quegli scranni dai colori sgargianti rosa, rosso, giallo e verde che venivano scelti e preferiti alle tradizionali file di sedute color metallo.

Nel film “Giovani si diventa” il regista Noah Baumbach mette in scena una vera e propria bulimica ingordigia che caratterizza una delle due coppie (i giovani Darby e Jamie interpretati da Amanda Seyfried e Adam Driver) per tutto ciò che è âgé: dalla coperta dai riquadri colorati (un classico riciclo per terminare i rimasugli di lana delle nonne), ai dischi in vinile (ora trendissimi), dalle macchine da scrivere alle Vhs, dalla scelta dei locali dove bere alla gallina allevata in una gabbia e appesa in casa. Nella pellicola i due ragazzi sembrano alimentarsi di ciò che Josh (Ben Stiller) e la moglie Cornelia (Naomi Watts) hanno ereditato dai genitori, anche solo in termini di abitudini, ma di cui cercano di liberarsi per non sembrare vecchi agli occhi dei due giovani ma prima ancora a se stessi e ai loro amici coetanei. Nelle intenzioni del raffinato regista è evidente la volontà di dare forma a paure e fragilità della generazione di “mezzo” (i 40enni) che si sente saltata come quando ad esempio il suocero di Josh, decano noto regista, incontra l’ambizioso giovane Jamie e tra i due scocca la scintilla.

I due giovani “non distinguono la cultura dal trash” denigra sarcastico in un passaggio Josh rincarando subito dopo assicurando che il documentario che ha realizzato Jamie (il giovane con velleità da regista) “non vale la ram sulla quale è registrato”.

Come se l’ultima generazione – raccontata nella pellicola – si appiccicasse addosso le cose senza alcuna esigenza di conoscerne l’origine o la provenienza. “Se sento una canzone che mi piace me la prendo” afferma tranquillamente Josh nel finale quando spiega che “condividere è rubare”: teoria tanto ben illustrata da convincere poi anche l’anziano protagonista che ha appena terminato il suo discorso a coronamento di una lunga e prestigiosa carriera.

Appropriarsi (ed avere) quindi è ormai diventato “essere”, e lungi da me evocare ben più profondi riferimenti alle teoria di Erich Fromm sulla forma esistenziale dell’uomo contemporaneo oggi ci si accontenta anche esclusivamente di una bella copertina o di un profilo ‘raccontato’. Sapere se e cosa ci stia dietro o scartabellare sono esercizi faticosi e non richiesti. Del resto c’è tutto ciò che qualcuno ha già fatto e che può essere razziato. Tanto anche il senso del pudore per aver depredato (nel senso più ampio del termine) ha giusto la durata di un lampo nel cielo perché l’importante è costruirsi un profilo e saperlo vendere. Ops, raccontare.

e.reguitti@ilfattoquotidiano.it