Il campo di Taiyuan è tornato in auge con i preparativi per la grande parata del 3 settembre, quando la Cina sfoggerà tutta la sua potenza militare in una Pechino blindata. In questo campo dal 1938 al 1945 sono stati rinchiusi oltre 100mila civili di cui decine di migliaia sono morti per le angherie dei giapponesi. L’hanno già rinominato l’Auschwitz cinese. Anche il signor Ho Feng Shan, console del governo nazionalista a Vienna e morto a 96 anni nel 1997, è improvvisamente diventato famoso. Tra il 1938 e il 1940, avrebbe accolto la domanda di visti di migliaia di ebrei che cercavano di fuggire dalla persecuzione nazifascista. Anche per lui la stampa ha scelto un nome altamente evocativo. Lo Schindler cinese.

È da giugno che in Cina i media di Stato non parlano d’altro che della grande parata militare organizzata per celebrare i 70 anni dalla vittoria sui nazifascismi. Per l’Occidente significa la fine della Seconda guerra mondiale, per la Cina l’inizio della seconda fase della guerra civile che porterà nel 1949 alla fondazione della Repubblica popolare sotto la guida del Partito comunista. E, soprattutto, la vittoria sui giapponesi.

Quella di giovedì sarà la 15esima parata militare dalla fondazione della Repubblica popolare. Secondo i media di Stato il viale che attraversa piazza Tian’anmen è stato rivestito con speciali materiali a prova di bomba, diversi accessi alla piazza verranno bloccati, così come sarà vietata la vendita e il volo di droni e di piccioni. 850mila volontari aiuteranno le forze di polizia a mantenere l’ordine pubblico e 2,8 milioni di fioriere verranno posizionate per abbellire la piazza. Il 3 settembre e i tre giorni successivi sono già stati dichiarati festa nazionale. Chiusi il mausoleo di Mao e la Città proibita. Chiuse le fermate della metro adiacenti.

Per garantire la qualità dell’aria 1.927 fabbriche verranno chiuse così come 453 cantieri. Le macchine potranno circolare a targhe alterne ma nella mattina in cui si svolgerà la parata nessun aereo atterrerà o decollerà dai due aeroporti della capitale. La sicurezza sarà massima. Oltre trenta nazioni invieranno una loro rappresentanza. Ci saranno addirittura i presidenti di Russia, Corea del Sud, Sud Africa, Myanmar e Vietnam (l’Italia invierà il ministro degli esteri Paolo Gentiloni). L’Esercito sfilerà mettendo in mostra 500 nuovi armamenti che finora non ha mai mostrato e il Dipartimento di propaganda ha già diramato le direttive a tutti i mezzi di informazione: “notizie e commenti dovranno essere positivi e non offensivi; non dovranno attaccare il Partito, la Repubblica popolare o il sistema politico; né dovranno offenderne i leader”.

Insomma, tutto è pronto da tempo per impressionare le masse e rinvigorirne il nazionalismo. Doveva essere l’occasione per sancire una volta per tutte la grandeur cinese e la consacrazione della seconda economia al mondo a potenza indiscussa. E il merito va da sé, sarebbe stato tutto da attribuire al Partito comunista che ha saputo guidare la nazione più popolosa del mondo dal dopoguerra ad oggi. Purtroppo, però, l’attenzione mondiale è stata rapita dalla sua economia, e il suo massimo leader Xi Jinping si sta dimostrando incapace di garantire quella crescita che ha mantenuto al potere i suoi predecessori.

I quasi 140 milioni di euro che il governo ha investito per stabilizzare il mercato finanziario negli ultimi due mesi non hanno portato grossi risultati. Il primo settembre i dati del manifatturiero hanno segnato un valore inferiore ai 50 punti per il secondo mese di seguito. Oltre alla crescita, è in discussione l’autorità del partito che governa la nazione da oltre 60 anni. La grande enfasi sulla parata servirà a distrarre l’attenzione per qualche giorno. Poi la leadership dovrà dimostrare di essere abbastanza forte da riformare il sistema economico e finanziario. E allora non basterà mostrare i muscoli.

di Cecilia Attanasio Ghezzi