Ci sono tre elementi interessanti nella lettera che il Papa ha inviato ieri a monsignor Fischella, il presidente del pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione a cui spetta l’incarico di promuovere le iniziative per il Giubileo.

Il primo è la richiesta rivolta alle autorità politiche di un’amnistia straordinaria. “Il Giubileo – scrive Francesco – ha sempre costituito l’opportunità di una grande amnistia, destinata a coinvolgere tante persone che, pur meritevoli di pena, hanno tuttavia preso coscienza dell’ingiustizia compiuta e desiderano sinceramente inserirsi di nuovo nella società portando il loro contributo onesto”. Il secondo elemento è il riconoscimento dei benefici dell’indulgenza plenaria anche per quei fedeli che “per diversi motivi si sentono di frequentare le chiese officiate dai sacerdoti della Fraternità San Pio X”, ovvero dai cosiddetti lefevriani, i tradizionalisti scismatici che non riconoscono il Conclilio Vaticano II e le sue innovazioni. In altre parole, scrive il papa, anche l’assoluzione dei peccati ricevuta da uno di questi preti sarà considerata valida a tutti gli effetti durante il Giubileo. Il terzo elemento è il più interessante: l’estensione, sempre in occasione del Giubileo, a tutto il clero della facoltà concessa normalmente ai soli vescovi di assolvere “dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono”.

Non si tratta di una novità assoluta perché, ad esempio, Giovanni Paolo II, in occasione dell’anno Santo del 2000, fece una cosa leggermente diversa, raccomandò a tutti i vescovi di concedere ai propri sacerdoti quella più ampia facoltà di assolvere che oggi viene direttamente dal Papa. Anche se non si tratta di una scelta completamente inedita, è certamente vero che essa appare come un tassello di una più generale strategia di Papa Francesco per costruire la sua “chiesa della misericordia”, per aumentare le capacità della sua organizzazione di farsi “ospedale da campo”, di includere, accettare, perdonare.

Facendo svanire, per mosse progressive, il volto rigido, severo, giudicante che la Chiesa aveva assunto durante il regno dei suoi due predecessori e dei loro “valori non negoziabili”. La decisione di ieri dischiude la possibilità che una analoga possa essere presa, nell’anno giubilare, a vantaggio anche dei divorziati risposati.

Eppure il gesto compiuto dal papa sarebbe stato davvero straordinario se avesse introdotto una novità permanente e non limitata all’anno del Giubileo. Cioè se ogni prete si fosse vista assegnata, in via definitiva e non transitoria, la facoltà di assolvere chi ha compiuto un aborto o chi ha aiutato altri a compierlo. Nella forma attuale della dottrina cattolica, l’aborto è un peccato per qualche verso più grave dell’omicidio o della strage di Stato. Da questi ultimi si può venire assolti in via normale, da un qualunque sacerdote. Per l’aborto no. Deve intervenire il vescovo. La norma avrà avuto una sua plausibilità storica, ma è difficile dire che possa apparire minimamente sensata agli occhi dei fedeli e dei pastori di oggi. E infatti questi ultimi, nella prassi quotidiana, hanno già largamente derogato alla rigidità della sanzione che l’istituzione imporrebbe loro di applicare.

Alzi la mano quel prete che vedendosi arrivare, in confessione, una donna in lacrime, distrutta dalla sofferenza psicologica per aver deciso di abortire, le dica: “Cara signora, la prego di rivolgersi al vescovo perché questo suo peccato è talmente orrendo che esula dalle mie competenze!” oppure “ripassi tra qualche giorno quando avrò chiesto al mio vescovo se la posso assolvere”. No. Se si tratta di un buon presbitero e di una persona dotata di un’elementare umanità, quel prete non manda via la signora senza averla assolta. Già oggi. Infischiandosene di una norma tanto arcaica e privilegiando la sua capacità di mettersi in ascolto del dolore dei suoi simili e aiutandoli, da buon pastore, a trovare la pace nei loro cuori. Perché le donne che abortiscono con leggerezza (pochissime, secondo me) non vanno dal prete a confessarsi e a chiedere l’assoluzione e probabilmente, come mi disse un giorno un sacerdote, “hanno già pagato abbastanza e io – aggiunse – non devo condannarle, ma aiutarle a levarsi quell’incudine nello stomaco rappresentata dal loro peccato e dalla sentimento della loro colpa”.

Credo che il papa non la pensi molto diversamente da quei sacerdoti. Anzi che probabilmente si sia comportato come loro nel corso della sua lunga vita da prete. Perché allora non prende l’iniziativa di porre mano, e in modo radicale, ad un sistema di norme e di punizioni che, oltre che essere in sé ingiusto, allontana tanto la Chiesa dalla coscienza di tanti, compresi quei moltissimi sacerdoti che, nella fatica della vita pastorale nelle “periferie esistenziali”, sono ancora sostegni preziosi per i sofferenti e per gli ultimi?

da Il Fatto Quotidiano del 2 settembre 2015