La famosa aggressione della statuetta scagliata contro l’allora premier Silvio Berlusconi non aveva “risvolti politici”, ma il suo partito e il governo “l’hanno usata a proprio vantaggio” accusando gli avversari di seminare “odio”. A sostenerlo non fu, a suo tempo, un “perditempo” antiberlusconiano – per dirla con Matteo Renzi – ma il consigliere e confidente di Hillary Clinton, Sidney Blumenthal, che in una email mise in guardia l’allora segretario di Stato di Barack Obama dall’esprimere solidarietà a Berlusconi. Che l’avrebbe usata a sui vantaggio per controbilanciare l’impopolarità dovuta a processi per mafia e corruzione. L’email di Blumentahl è in una delle 7mila pagine di documenti rese pubbliche dal dipartimento di Stato Usa, nell’ambito della vicenda email-gate che vede coinvolta la moglie dell’ex presidente Bill Clinton.

Nel messaggio datato 15 dicembre 2009, Blumenthal parla dell’aggressione subita due giorni prima da Silvio Berlusconi in piazza Duomo a Milano. Il consigliere spiega che l’assalitore, Massimo Tartaglia, non ha un’”agenda politica” (come poi confermato dagli investigatori) e soffre di squilibri mentali. “Tuttavia”, rileva, “l’aggressione ha ripercussioni significative. Ha suscitato simpatia per Berlusconi, in quanto vittima” e, al di là dei danni fisici causati al premier, che fu ricoverato in ospedale per ferite al volto, “l’aggressione giunge in un momento in cui Berlusconi sta cominciando a perdere terreno politico, avendo perso l’immunità”. Blumenthal ricorda i procedimenti giudiziari in quel momento a carico del presidente del consiglio italiano: l’inchiesta per i presunti “legami con la mafia” e quella per il “suo ruolo nella corruzione dell’avvocato britannico David Mills“. E commenta: “Il governo e il partito di Berlusconi hanno usato l’aggressione per trasformare l’immediata solidarietà nei suoi confronti a suo vantaggio, sostenendo che i suoi avversari hanno creato un clima di ‘odio’. Attraverso appelli demagogici tentano di screditare e respingere i procedimenti legali contro di lui e indebolire le inchieste della stampa”.

Ma perché il consigliere si dà tanto da fare per mettere in guardia il Segretario di Stato della superpotenza? Perché, appunto, teme che la solidarietà Usa possa essere strumentalizzata. Dunque sarebbe “un gesto appropriato e di cortesia per il presidente (Obama, ndr), chiamare Berlusconi per esprimergli la sua preoccupazione sulla sua salute ed augurargli una pronta guarigione, se non lo ha già fatto”, scrive Blumenthal, perché comunque il magnate di Arcore è pur sempre un leader politico eletto democraticamente che ha subito una violenza e il capo di governo di un paese della Nato. Ma, prevede, “Berlusconi da parte sua renderebbe sicuramente pubblica questa telefonata. E sarebbe perciò imbarazzante se la telefonata venisse usata unicamente come elemento della campagna di solidarietà contro i procedimenti giudiziari”.

Il giorno dopo, il 16 dicembre, Obama opterà poi per una telefonata a Berlusconi, ancora ricoverato al San Raffaele di Milano, seguita da un comunicato stampa, secondo il quale il presidente degli Stati Uniti aveva trovato Silvio Berlusconi ”in ottime condizioni di spirito” dopo la ”malvagia aggressione” subita.

Al di là del retroscena italiano, l’Fbi ha aperto un’inchiesta sulle email della Clinton, relative al periodo 2009-2010, diffuse ieri dal Dipartimento di Stato Usa. Si tratta, finora, del pacchetto più consistente di email inviate e ricevute dall’ex segretario di Stato attraverso il proprio account privato, contravvenendo alle norme di sicurezza. Il cosiddetto scandalo ’email-gate’ rischia di compromettere la candidatura della Clinton alla nomination democratica per la Presidenza degli Stati Uniti. Che non si trattasse solo di messaggi di scarso rilievo lo testimonia il fatto che circa 150 di queste email, prima di essere diffuse pubblicamente in base al Freedom of Information Act, siano state parzialmente o interamente censurate dai funzionari del Dipartimento di Stato che le hanno esaminate. Conterrebbero infatti informazioni riservate o ritenute top secret che comprometterebbero, se rese pubbliche, la sicurezza degli Stati Uniti.