appino“Ho undici anni in più di Kurt Cobain quando ci ha lasciati e molti potranno dire che ha dato più lui in tre anni che noi in tutti questi anni, ma credo che sia più difficile rimanere, proseguire, mutare, creare, conservare…”. E per trovare nuovi stimoli Andrea Appino, chitarra e voce dal 1995 dell’unica band in cui abbia militato, gli Zen Circus, ha intrapreso una carriera solista che l’ha portato a pubblicare il suo secondo album intitolato Grande Raccordo Animale: “È solo uno dei tanti dischi: tutti noi artisti abbiamo una visione a lungo termine della vita, ma poi allo stesso tempo siamo fatalisti. Cosciente di questo, non cerco mai di fare il disco che sconvolgerà tutti, che dividerà. Non lo cerco né con gli Zen né da solo, è solo una tappa di un percorso che è molto più lungo”. È un disco che parla del concetto di viaggio e non poteva che aprirsi con un brano dedicato a uno dei viaggiatori più celebri al mondo, Ulisse, che per tornare alla sua Itaca si imbatte in ogni sorta di avventura. Come Appino, che dopo i viaggi compiuti in Nordafrica e negli Stati Uniti incide un ottimo disco da solista, ma freme per lavorare al nuovo album degli Zen Circus.

Appino, partiamo dal titolo del disco Grande Raccordo Animale.
È stato ispirato durante una pausa forzata, a causa del traffico, sul Grande Raccordo Anulare: da lì Roma sembra quasi irraggiungibile. A un certo punto ho iniziato a immaginare le vite di chi condivideva con me quei momenti, e per animale in questo caso è inteso tutto ciò che abbia un’anima. Un grande raccordo delle anime.

Immagino che tu sia uno che tiene molto alla parte spirituale…
No, zero. In realtà non mi interessa, e non solo perché sono ateo. Sono dalla parte della scienza, della forma chimica, parteggio per l’atomo. E poi sono legato alle cose che si possono conoscere e spiegare, anche se so che non tutto può essere compreso.

Parliamo del nuovo album: mi spieghi quali sono le principali differenze con il precedente Il Testamento?
Beh, quello era un disco più programmatico, sapevo benissimo come volevo farlo, volevo un disco violento che parlasse della famiglia e del suo lato oscuro. Sapevo con chi volevo farlo, e volevo che fosse uno schiaffo in faccia. In questo invece non sapevo cosa fare, ho fatto questi viaggi che mi hanno portato a scrivere canzoni anche se non volevo farlo visto che ero andato per piacere e non per musica. Sono stato in Nordafrica dopo aver ascoltato a lungo musica africana, poi a New York. Ho iniziato a scrivere e alla fine mi sono reso conto di avere materiale buono per fare un disco. Ma non lo sapevo, è successo. Dopo Il Testamento avevo bisogno di fare una cosa leggera, per questo mi sono preso i miei spazi per fare un po’ quello che mi pare.

Cos’è che ti ha spinto a volerti mettere in discussione da solo?
In realtà avevo sempre pensato di voler fare qualcosa da solo, provare a metterci la faccia, essendo negli Zen Circus da quando avevo 16 anni e ora ne ho 37… confesso però che a ‘sto giro l’ho sentita meno la pesantezza di voler fare una cosa da solo. Volevo vedere cosa succedeva da solo, anche se sono facilitato da questo punto di vista avendo gli Zen.

Cosa c’è di diverso dagli Zen Circus?
Gli Zen hanno un’identità molto forte e di questa cosa me ne rendo conto ora che stiamo preparando il nuovo disco. È incredibile perché sono sempre io a scrivere i testi delle canzoni, ma mi accorgo che gli Zen hanno un ‘momento’ tutto loro, un altro tipo di scrittura.

Quanto è importante per te avere successo?
Il successo nella vita è esattamente come la gioventù: se ne va prima o poi e lascia un mare di ricordi annebbiati, belli e brutti che siano. Il successo degli Zen Circus è arrivato lento come una tartaruga e oggi è una delle cose a cui tengo di più. Anche se, devo specificare, è il progetto ad aver avuto successo, è l’umanità con cui l’abbiamo portato avanti. Non siamo mai stati hype. Oggi il successo conta meno, ma prima bisogna averlo assaporato. Non è importantissimo a livello di qualità: penso a Piero Ciampi che in vita non l’ha mai avuto…

Hai detto durante un’intervista che con questo disco hai sperimentato anche a dispetto dei “celoduristi della cosiddetta musica indipendente”.
È un po’ come andare contro la fissazione che la musica indipendente debba parlare per forza dell’Italia di oggi, deve sentirsi parte integrante di quello che è il vivere nell’Italia di oggi e puntare il dito contro qualcuno… La cosa bella è che l’ho alimentata anch’io questa cosa con gli Zen Circus, quindi vado contro anche a me stesso. Con gli Zen abbiamo come nota metodologica dello scrivere canzoni, il cantare cosa vuol dire adesso vivere in un dato momento nel nostro Paese e che fotografiamo in quello che chiamiamo disco. Però a me interessano anche altre cose, anche ballare, fare un pezzo leggero, alla Talking Heads come ne La Volpe e l’Elefante. La gente però non l’ha capita, mi hanno persino paragonato alla Bandabardò e a me questa cosa fa un po’ ridere. Se non corrispondi alle aspettative, la gente ci rimane un po’ male.

È un disco che varia molto musicalmente.
Sono molto fiero, il disco sta andando molto bene ma come ogni cosa che faccio da solo, ci metto un po’ a digerirle.

A livello di melodie alcuni brani ricordano De André, perfino i Negrita.
È vero, volendo credo che siano le mie stesse suggestioni. Il deserto africano ha contato davvero tanto nell’ispirazione quanto Fela Kuti che ho ascoltato molto negli ultimi due anni, e per un rockettaro come me è una grossa apertura. A casa di inverno non ascoltavo altro. Avevo bisogno di luminosità in un periodo dove per molto tempo ho guardato il buio. Avevo bisogno di altro. Sono tutte canzoni che parlano di viaggio perché sono state scritte quasi tutte fuori, sotto un cielo diverso, su un letto diverso… i miei viaggi sono quasi tutti legati alla musica, al mio lavoro. Grande raccordo animale invece è il frutto di un viaggio di piacere, fatto dopo almeno 10 anni. Per la prima volta non c’entrava nulla la musica, forse per quello arrivavano più facilmente le parole. Lavorando in Italia pensi sempre che ormai sia un paesino, perché me lo giro da anni in lungo e largo, per questo avevo bisogno d’altro. Di andare lontano.

Eppure avete avuto esperienze musicali anche all’estero.
Già, abbiamo avuto la fortuna di fare un tour in Australia nel 2009 assieme a Nick Cave, una cosa bellissima. Abbiamo fatto anche altre cose fuori dai confini, ma finivamo in posti sempre pieni  di italiani. Una cosa buffa. L’idea iniziale però era quella di guardare al mondo. L’inglese è una lingua che adoro, ma quando si tratta di scrivere l’italiano è la lingua che mi smuove qualcosa dentro. Comunque in Australia abbiamo notato che le canzoni che piacevano di più erano quelle cantate in italiano.