Kos. Al mattino la hall dell’albergo Catherine è popolata da mamme e bambini, dai loro volti traspare una grande stanchezza. Non stanno facendo check out. Sono arrivati nella notte insieme a centinaia di altri – siriani, iracheni, pachistani- la maggior parte affollano il lungomare. Alcuni fanno colazione in una taverna che ha appena aperto. Una folla silenziosa e stralunata si mescola, senza sfiorarsi, a quella dei vacanzieri in attesa del traghetto per altre isole del Dodecanneso o per imbarchi giornalieri verso le spiagge di Kos. Un furgoncino bianco si ferma e un anziano signore inizia a distribuire pagnotte appena sfornate alla coda di migranti che rapidamente si forma. In silenzio, solo un veloce cenno del capo.

Kos-Jannello

Lungo le mura di fronte al porto, altri migranti hanno passato la notte, sdraiati su cartoni. I turisti in attesa del Dodekanisos Seaways hanno l’aria di non accorgersi di quell’altra fila parallela a pochi metri da loro.

Una camionetta di militari in mimetica, il motore acceso, è parcheggiata sul molo. Sono ragazzi giovanissimi, parlottano fra di loro, apparentemente incuranti delle due realtà che li circondano: chi fugge verso le vacanze e chi scappa da guerre e persecuzioni. Attraverso la strada e scambio qualche parola con un gruppetto di migranti: dal loro incerto inglese capisco che sono arrivati da Baghdad, padre, madre, quattro bambini. Hanno volato fino in Turchia, contano di arrivare ad Atene. Meta del viaggio, la Germania. “Avete qualche parente là?”, chiedo. “No”, risponde il capofamiglia, che in Iraq faceva l’autista. La giovane moglie sorride e accarezza la bimba che dorme accanto a lei sul marciapiede. Ritorno dall’altra parte della strada e mi metto in coda nella fila per le isole. L’altra fila, quella in coda per il nord Europa, chissà quanto dovrà aspettare il traghetto verso un destino sconosciuto.