Dopo l’intensa interpretazione in Million Dollar Baby di Clint Eastwood, Hilary Swank torna a sferrare un duro colpo sul grande schermo con il ruolo complesso ed emozionante in Qualcosa di buono di George Wolfe, nelle sale italiane dal 27 agosto. A sette anni da Come un Uragano, il regista americano torna per raccontare la storia di una donna in lotta con la vita e le sue insospettabili sorprese, che arrivano all’improvviso per stravolgere e destabilizzare l’esistenza costruita su un equilibrio personale e sociale apparentemente infrangibile.

Ispirato all’omonimo romanzo di Michelle Wildgen del 2006, Qualcosa di Buono presenta un’amicizia intensa e tormentata tra due donne molto diverse l’una dall’altra, unite profondamente dalla malattia. Kate è una brava pianista di musica classica, ha un marito perfetto e una bellissima casa moderna ed elegante. La sua vita è come un sogno ad occhi aperti fino a quando si trasforma bruscamente in un incubo quando iniziano a manifestarsi i primi sintomi della SLA, la malattia degenerativa conosciuta anche come malattia di Lou Gehrig. Kate realizza subito che tutto sta cambiando e avverte il disagio degli amici, dei familiari e del marito, che si sentono impotenti di fronte a questa difficile condizione. Occorre un aiuto concreto e, dopo una lunga selezione, Kate assume Bec come sua assistente, nonostante le critiche e la disapprovazione del marito che non la ritiene in grado di una tale responsabilità. Bec infatti è una ragazza estroversa e caotica che conduce una vita disordinata e in costante bilico. Risulta difficile pensare che sia in grado di occuparsi di un’altra persona quando trova difficoltà a gestire se stessa, ma l’incontro con Kate la spinge ad un cambiamento estremo. La diversità tra le due donne di diversa età e cultura, diventa terreno fertile per una profonda amicizia con uno spirito di cameratismo al femminile fatto di sincere confessioni notturne e piccoli gesti di solidarietà e conforto disinteressato.

Mentre nel celebre successo francese Quasi Amici del 2011, la sceneggiatura fa leva sull’umorismo, costruendo una commedia di spessore che commuove con leggerezza, Wolfe sceglie un tono più profondo ed intimista che, pur lasciando spazio a momenti divertenti e confronti simpatici, punta i riflettori sull’amicizia ad alto rischio tra due estranee che riescono a svelare la propria natura e trovare il loro posto nel mondo, specchiandosi una negli occhi dell’altra. Emmy Rossum, giovane attrice che si è fatta notare nella serie tv Shameless, non si limita ad essere la spalla di Hilary Swank, bensì diventa una protagonista necessaria regalando un’interpretazione verosimile e misurata di una ragazza che ha perso la bussola fino a quando il destino le regala un’occasione di rivincita. Riesce a fare “qualcosa di buono” nella sua vita, nonostante la sfiducia della sua famiglia e dei suoi amici che già credevano delineato il suo fallimentare futuro. Molti sono i film che parlano della malattia, e spesso è facile cadere nei soliti cliché e ridurre la storia ad uno scontato melodramma strappacuore, ma questo film, grazie all’ottimo cast e ad una sceneggiatura lineare, emoziona e commuove con delicatezza e semplicità. Il carisma tra le due protagoniste, dalla prima all’ultima scena, trasporta lo spettatore in un’altalena di emozioni lungo un potente percorso di crescita emotivo tra sorrisi e lacrime. La regia non sperimenta e non stupisce, ma resta un discreto sfondo intento a far risaltare i personaggi, che conquistano e ipnotizzano il pubblico. In particolare Hilary Swank ha sfruttato il suo talento per tenersi lontana da un’interpretazione che poteva facilmente scadere nella caricatura, lavorando accuratamente su ogni piccola manifestazione fisica di una malattia così graduale e crudele, rendendo il film verosimile e misurato. Tuttavia George Wolfe utilizza il tema della malattia soltanto come pretesto per accompagnarci in un viaggio alla scoperta di una meravigliosa amicizia.