L’emancipazione parte dal corpo. Anzi dai capelli. Evelyne Afaawua ce li ha ricci, fitti e molto voluminosi. “Ho smesso di lisciarli, non voglio più assomigliare alle occidentali, non mi vergogno più delle mie ciocche afro”. Evelyne è una ragazza di 27 anni, nata a Poitiers, in Francia, da genitori ghanesi, arrivata in Italia quando aveva un anno. Oggi vive a Muggiò, in Brianza, e fa la receptionist in banca. “I nostri capelli sono un bel problema. Richiedono protezione, nutrizione e tanta cura. Ma nessuno ce lo ha mai insegnato. Siamo cresciuti con la cultura del taglio liscio a tutti i costi. Le nostre mamme ci stirano i ricci crespi con la piastra fin da piccole. Oppure ci fanno le treccine. E da grandi ci mettiamo le extention pur di nasconderli. Ma perché?”.

Accettare il suo look è una sfida personale che trasforma in una battaglia sociale. Il punto di partenza è quello che manca. “Ho cercato su internet istruzioni su come mantenere i capelli afro al naturale, gli unici risultati erano in lingua inglese, niente in italiano. Possibile che fossi l’unica qui a volerli così?”, si domandava. L’intuizione è quella giusta. Poi nel gennaio 2014 apre una pagina Facebook, che battezza “Afro-italian nappy girls”, rivolta a tutte le ragazze di pelle nera come lei che hanno detto basta alle stirature chimiche e vogliono scoprire il capello originale. Nappy è la crasi per “naturally happy”.

“Più che orgoglio afroitaliano è la consapevolezza di piacerci per quelle che siamo” spiega. Il primo obiettivo è lo scambio di informazioni. “Sul social network, ho pensato, ognuno dà un contributo, suggerisce link, pubblica foto e articoli, e io non dovrò più fare da sola, né perdere tempo a tradurmi i tutorial su YouTube”. Il riscontro è immediato. Ma i post rischiano di perdersi in una lista infinita. Non passa neanche un anno che ha già pronto un sito web: nappytalia.it, una community che raccoglie le storie di chi si è convertito alla chioma afro e fornisce l’abc per rimettere in sesto i riccioli secchi e capricciosi.

Dalle maschere naturali, a base di burro di cocco, mango, melassa, olio extravergine di oliva o semi di lino, alle schede sulla struttura del capello per sapere, per esempio, che i ricci afro “sono a fisarmonica e si riducono fino all’80 per cento della loro lunghezza reale” spiega Evelyne. Donne di tutte le età, da ogni parte del mondo, iniziano a scriverle. Riceve 20 messaggi al giorno. “Sono afroitaliane trasferite all’estero, in Inghilterra, Francia, Spagna, Germania, perfino dal Texas e dalla Pennsylvania mi hanno contattato. Mi chiedono come si fa a riportare i capelli allo stato naturale dopo la stiratura, quanto spesso bisogna fare lo shampoo, quale balsamo usare. L’ideale è idratarli ogni giorno, basta dell’acqua fresca”.

Vademecum che valgono per tutti, donne, uomini e bambini. Nappytalia è più di un semplice manuale di bellezza, è un viaggio alla ricerca della propria identità. “Io non mi sento italiana e ghanese, anche se in Ghana ho vissuto solo quattro anni della mia vita. Prima mi vergognavo di essere africana. La tv ti ricorda ogni giorno che sei nera, non è facile costruirsi un’identità a queste condizioni”. Evelyne fa un attimo un salto nel passato. “Dai 18 ai 22 anni ho lavorato in un negozio di elettrodomestici per pagarmi l’università. Se il mio collega era impegnato il cliente non si rivolgeva a me anche se  ero disponibile. Eppure sono cresciuta in questo Paese, ho un diploma, parlo in italiano con accetto brianzolo. Ma il colore della pelle è ancora una barriera, una volta lo era anche per me. Oggi invece voglio valorizzare le mie caratteristiche somatiche”.

Nappytalia non è solo una community, ma anche un progetto che le dà un bel da fare. Tanto da doversi procurare due collaboratrici, entrambe di origine angolana. A marzo organizza il primo aperitivo a Milano in cui presenta il portale e l’idea che c’è dietro. Seguono altre dieci tappe per mezza Italia, da Trieste a Modena. “Mi appoggio a un’associazione e prendo in affitto una location. C’è tantissima curiosità”. A settembre riparte il tour. Lei da Nappytalia non ci guadagna ancora niente. Ma nei piani vuole che diventi un lavoro come un altro. E sarà così molto presto, assicura. Altro non ci rivela per scaramanzia. Un altro sogno è terminare la facoltà di Economia in Bocconi, per il momento troppo costosa per le sue tasche.