Gentile, accogliente soprattutto se arrivi nella sua Erto dopo un lungo viaggio. Ma anche burbero e ribelle come è sempre stato nella sua non certo facile vita. Artista raffinato ma anche un uomo che ha passato parte della sua gioventù a lavorare duramente nelle cave di marmo, come dimostrano i suoi imponenti bicipiti. Gran bevitore, al pari della maggioranza dei suoi vicini di casa, friulani e veneti che dir si voglia, ma da qualche anno pentito e comunque sapiente dispensatore di consigli per i giovani su un tema così delicato come quello dell’alcol, pubblicati nel suo ironico ma utile “Guida poco che devi bere” (Mondadori, 2013).

E’ questo e tante altre cose Mauro Corona, scrittore, scultore, alpinista con all’attivo oltre 300 vie di scalata nelle Dolomiti d’oltrepiave. Un uomo, classe 1950, che da una vita difficile è riuscito a trarre tante virtù e una meritata attenzione da parte dei media che però lui non sembra amare molto. Nato a Baselga di Piné, nei pressi di Trento, da una coppia di venditori ambulanti originari appunto di Erto, paesino di montagna in provincia di Pordenone, Mauro scopre la sua prima grande passione, l’alpinismo, passeggiando con il padre che per arrotondare faceva il bracconiere. A soli tredici anni si rende protagonista della sua prima impresa, la scalata del monte Duranno, 2688 metri di altezza.

Apprende poi l’arte della scultura lignea dal nonno intagliatore e, pur frequentando le scuole elementari di Longarone per ben otto anni, è un grande divoratore di libri e tra i suoi scrittori preferiti ci sono nomi come Cervantes, Tolstoj e Dostoevskij. Mette insomma tutte le premesse per quello che poi diventerà da “grande”. Ma la vita gli riserva sorprese amare. La madre, dopo la nascita del fratello che morirà annegato in Germania dove si era recato alla ricerca di un lavoro, abbandona ad un certo punto la famiglia. E nel 1963 Mauro assiste ad una delle più grandi colpevoli sciagure della storia italica, l’alluvione del Vajont, causata dalla tracimazione della diga invasa letteralmente da un pezzo della montagna sovrastante. Un disastro annunciato che cancella buona parte dei paesi vicini, da Longarone alla sua stessa Erto.

Un ricordo, raccontato nel suo “Vajont: quelli del dopo” (Mondadori, 2006) che non lo lascerà mai: “Ancora sento l’enorme boato che precedette e accompagnò l’onda assassina – dice lo scrittore – trecento milioni di metri cubi di montagna si rovesciarono nel lago sottostante. A distanza di cinquant’anni quando sento rumori violenti, mi scuoto e la mente torna inevitabilmente a quella notte”. Quell’evento, pur non avendo coinvolto in termini di vittime la sua famiglia, segna profondamente il giovane Corona che dopo numerose peripezie scolastiche si ritrovò prima a lavorare nelle cave di marmo del monte Buscada, a fare poi il servizio militare all’Aquila negli alpini e infine, tornato a casa, ad essere assunto come scalpellino riquadratore, lavoro che gli diede l’occasione di farsi notare per le sue sculture lignee.

Un mercante d’arte di passaggio ad Erto, dove c’è il suo rifugio-laboratorio pieno di legno e carta, le acquista tutte. Poi la sua prima mostra, organizzata a Longarone nel 1975. Ma la notorietà Mauro Corona la conosce soprattutto grazie alla sua attività letteraria che prende il via con “Il volo della martora” (Vivalda Editori 1997). Amico fraterno di scrittori come Erri De Luca, Paolo Rumiz e soprattutto dello scomparso Mario Rigoni Stern, vince nel 2014 il premio letterario dedicato al “sergente nella neve” con la “Voce degli uomini freddi” (Mondadori, 2013). “Per me – disse in quell’occasione – questo premio ha un valore diverso e non solo perché Mario Rigoni Stern e le sue pagine mi hanno commosso. La mia scalata è stata una scalata al contrario e per me, questo premio dedicato a Mario, è il riscatto da una vita scellerata.”

Quest’uomo amante, come il “narratore di Asiago”, delle sua montagne e dei suoi boschi, ha collezionato tante e belle pubblicazioni che in molti casi ricordano quelle di Rigoni Stern, soprattutto quando descrive la natura incontaminata che lo circonda, come è il caso del suo ultimo “I misteri della montagna” (Mondadori, 2015). Ma che si differenzia quando invece sono le persone che lo circondano e la sua terra, quel Friuli di frontiera, spesso dimenticato, ad essere i protagonisti dei suoi scritti, vedi “I fantasmi di pietra” (Mondadori, 2006) o “Storia di Neve” (Mondadori, 2008). Oltre al premio prima citato lo scrittore-scultore-alpinista di Erto ha vinto nel 2011 il Bancarella con “La fine del mondo storto” (Mondadori, 2010), vero e proprio monito sulle possibilità della fine di un mondo sbagliato, storto appunto, basato sullo sfruttamento delle risorse naturali.

Ma, poco incline ad adeguarsi, non ha esitato a definire, con più di una ragione, queste competizioni letterarie “truccate” e ad attaccare il conduttore televisivo Fabio Fazio per le modalità diciamo così “di mercato” con le quali sceglie gli autori da invitare. Uomo non facile, ne sanno qualcosa i figli, “ho un bel rapporto con loro, ho cercato di fare il padre con ironia e senza prendermi troppo sul serio”, e soprattutto la moglie, “Francesca ha impedito alla situazione di esplodere, sono stato un buon genitore ma non un buon marito”, a tratti iracondo e rissoso. Ma come succede nella vita di tutti noi, bisogna saper fare ad un certo punto un bilancio tra difetti e virtù. E nel caso di Mauro Corona crediamo che il “saldo” non possa che essere positivo.