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Le punte massime di notorietà di una/un blogger spesso vengono raggiunte su plot comunicativi che prevedono gentili espressioni quali: puttana, frocio o anche pezzo di merda, un florilegio di parolacce varie che sbocciano  eludendo le barriere dei più agguerriti “moderatori”.

Oltre a questo taluni interventi per toni e contenuti, sono un autentico esempio di demolizione gratuita della persona, a prescindere da ciò che ha scritto.

È divenuto, quindi, di grande attualità il dibattito avviato sull’hate speech, tradotto come istigazione all’odio, che nella pratica è la serie di commenti/insulti/improperi che si scatenato nel web sotto le più o meno mentite spoglie di commenti. Il giurista Fabio Marcelli nel suo blog ha recentemente titolato un post “Hate speech, degenerazione da combattere”.

Ma siamo sicuri che sia proprio da combattere? O meglio anche sugli insulti, c’è gente che ci campa e ci sguazza. È infatti assodato che il destinatario di tante delicate attenzioni (di cui sopra) possa agevolmente spiccare il volo verso l’agognata popolarità considerata, oggi più di sempre, il traguardo d’arrivo per il quale sembrano molti i disposti a pagare lo scotto di insulti & affini.

Autorevolmente Marcelli sull’hate speech spiega il concetto di “incriminabilità di determinate espressioni di stampo razzista o diffamatorio nei confronti di interi gruppi sociali variamente connotati in base alle loro caratteristiche ‘razziali’, etniche, di genere e relative alle preferenze sessuali”. In un altro passaggio poi aggiunge: “La repressione penale dell’hate speech costituisce uno strumento cui non si può rinunciare, come non si può rinunciare alla tutela dei singoli nei confronti delle diffamazioni di cui possono essere oggetto. Essa ovviamente però è insufficiente, se non si accompagna ad azioni positive specie nel campo educativo (anche e soprattutto degli adulti) che mirino a forgiare un’identità comune della cittadinanza che sia davvero universale e inclusiva”.

Vorrei quindi soffermarmi sulle “azioni positive”: davvero siamo sicuri che ci sia interesse ad innescarle? Nutro seri dubbi anche perché ciò che è positivo difficilmente viene considerato notizia ma, soprattutto, non crea quel rimbalzo social che fa schizzare il profilo e la notorietà virtuale di chi si affanna nel diventare personaggio, riconosciuto e dunque riconoscibile.

Intendiamoci, personalmente ritengo la possibile repressione penale dell’hate speech, o delle diffamazioni, un diritto irrinunciabile e sono convinta che la libertà individuale risieda, sempre e in ogni caso, nella facoltà di scegliere se poter agire o meno. Dunque, è giusto venga fornita la possibilità concreta di farlo, tuttavia mi pare ci sia un livello di “realtà” virtuale che non esisterebbe in mancanza di quell’hate speech che molto spesso significa tanta popolarità  per i “volti noti” che, per inciso, hanno sempre un’irrinunciabile opinione su tutto.

Si potrebbe obiettare – a ragion veduta – che gli hate speech hanno portato ai genocidi di Ebrei e Armeni all’intolleranza nei confronti degli omosessuali o alle colpevolizzanti campagne contro gli zingari e i clandestini. Tutto ciò è vero ma ritengo ci sia uno strato, solo apparentemente più superficiale, fatto della nostra quotidianità nella quale rientra anche l’opportunità  ormai dirompente fornita  dai social-media, spesso in forma anonima a chiunque, di manifestare l’opinione/offesa, anche proprio in virtù del principio della libera espressione.

A tal proposito spesso viene citata una sentenza del 1988 (Boos contro Barry) in cui i giudici ribadiscono che “nel dibattito pubblico i cittadini dovrebbero tollerare le parole offensive, e perfino quelle oltraggiose, per fornire spazio sufficiente alle libertà protette dal Primo emendamento”. La libertà di espressione però non è un diritto assoluto: un’altra  sentenza del 1942 nel New Hamphire un uomo venne condannato per essersi rivolto ad un agente dandogli del “maledetto fascista e delinquente”. La Corte, fra le altre cose, scrisse: “(…) Le volgarità e le oscenità, la calunnia e l’insulto, le parole di scontro, cioè quelle che per la loro stessa espressione inferiscono un danno o tendono a provocare una violazione dell’ordine pubblico. Queste espressioni non sono parte essenziale di alcuna esposizione di idee, e sono di così scarsa utilità sociale ai fini della verità (…)”.

Chiudo questa mia riflessione riprendendo il concetto di popolarità citando una frase di Birdman interpretato da Michael Keaton: “La popolarità è la cuginetta zoccola del prestigio”.

e.reguitti@ilfattoquotidiano.it