L’Ucraina del presidente Petro Poroshenko ha trovato un accordo con i creditori per la ristrutturazione del suo debito, che ammonta a 18 miliardi di dollari. Ma la Russia, ormai in piena recessione a causa del calo del prezzo del petrolio e delle sanzioni occidentali legate proprio alle mosse militari di Mosca nell’est dell’Ucraina, si è chiamata fuori: il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha ufficializzato che non parteciperà al piano di salvataggio. Con il risultato che a dicembre Kiev, il cui pil nel 2014 è crollato dell’8% proprio per effetto del conflitto con la Russia, sarà chiamata a ripagare per intero i 3 miliardi di dollari di titoli di Stato acquistati nel 2013 per volere di Vladimir Putin. In alternativa il Paese dovrà dichiarare default, cosa che aprirebbe la strada a gravi conseguenze geopolitiche e finanziarie.

Da un lato, infatti, c’è il rischio di rinfocolare il conflitto con la Russia, facendo naufragare la già fragile tregua negoziata in febbraio. Dall’altro quello di perdere l’accesso ai finanziamenti del Fondo monetario internazionale. Che non può prestare soldi agli Stati ufficialmente “falliti”. Secondo Simon Quijano-Evans, analista dei mercati emergenti per Commerzbank a Londra, l’unica via di uscita è che “la comunità internazionale trovi un modo per compensare la Russia per le perdite, in modo da far sì che l’Fmi possa continuare a fare prestiti all’Ucraina”. L’agenzia finanziaria Fitch è pessimista e ha abbassato il rating del debito ucraino in valuta straniera da CC a C, a un passo dal default.

In questo quadro il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha un bel dire, dunque, che l’intesa sul taglio del debito “mette in condizione l’Ucraina di andare avanti sulla strada delle riforme” necessarie per modernizzare la sua economia. Di fatto ancora una volta il destino del Paese è appeso a un filo nelle mani di Putin. Non per niente in giugno il presidente Petro Poroshenko aveva definito “una tangente” il prestito da 3 miliardi arrivato da Mosca, sostenendo in un’intervista a Bloomberg che si era trattato di una mossa funzionale a mantenere Kiev nella sfera di influenza della Russia e allontanarla dall’Unione europea.

Al netto del no russo, l’intesa raggiunta dal governo del primo ministro Arsenij Yatseniuk dopo cinque mesi di negoziati prevede, come spiegato dal ministro delle Finanze Natalie Jaresko, un taglio nominale (in gergo haircut) del 20% del valore del debito. Che consentirà a Kiev di risparmiare circa 3,6 miliardi di dollari. I bond in circolazione saranno sostituiti con nuovi titoli che verranno ripagati solo a partire dal 2019, con una dilazione di quattro anni rispetto alle precedenti scadenze. Il tasso di interesse è fissato al 7,75%, contro una media che oggi si attesta al 7,2 per cento. Ora Jaresko, secondo cui “tutti escono bene da questo accordo” e “non c’è una parte che vince ma vincono tutti”, dovrà però ottenere il via libera del Parlamento e poi quello dei possessori dei bond. Perché il piano diventi operativo, almeno il 75% di loro dovrà votare a favore nel corso di un’assemblea in cui siano rappresentati non meno dei due terzi dei creditori. Kiev spera di riuscire a completare l’iter entro la fine di ottobre e nel frattempo intende sospendere il pagamento di 500 milioni dovuti entro il 23 settembre e 600 milioni in scadenza il 13 ottobre.

Secondo diversi operatori di mercato sentiti da Bloomberg, comunque, l’intesa non sarà risolutiva. E, come molti prefigurano anche per la Grecia, tra qualche anno le condizioni andranno nuovamente rinegoziate. Dmitri Barinov, money manager della Union Investment Privatfonds di Francoforte, dubita che il Paese tra quattro anni sia in grado di ripagare il proprio debito e anticipa che “il problema della ristrutturazione si ripresenterà”. Dello stesso avviso Regis Chatellier, strategist di Société Générale a Londra: “Con queste condizioni, non sono sicuro che non dovremo affrotare un nuovo round di ristrutturazione tra tre anni”. Vitaliy Sivach, trader di Investment Capital Ukraine, concorda sul fatto che “l’accordo non risolve il problema nel lungo termine” in quanto “le porte dei mercati del credito resteranno chiuse per Kiev” e “gli investimenti nel paese rimarranno sottotono fino a quando il debito sarà ridotto a un livello più sostenibile”.