Chissà cosa ne pensa Roberto Colaninno. Il protagonista della “madre di tutte le Opa” conosce bene il dossier Tim Hellas. Ai suoi tempi in Telecom, la filiale greca dell’ex monopolista italiano era una piccola ma fiorente azienda che, nel 2005, sotto l’egida del suo successore Marco Tronchetti Provera, venne venduta per 1,6 miliardi di euro ai due fondi d’investimento Apax partners e Tpg. Un ricordo lontano dal momento che Tim Hellas è oggi al centro di uno scontro legale epico che punta a stabilire se l’azienda venne saccheggiata dai due fondi danneggiando i creditori ed evadendo le imposte grazie all’uso di prodotti esotici.

Da New York ad Atene passando per il Lussemburgo, ben tre Stati indagano sulla storia di questa azienda di telefonia mobile. L’esito della partita pero’ è tutt’altro che scontato. Tuttavia è significativo che per la prima volta nelle aule giudiziarie si punti a stabilire se i fondi di investimento debbano avere dei vincoli nella gestione di una società oppure siano liberi di fare il bello e il cattivo tempo distruggendo solide realtà produttive ed evadendo le imposte sfruttando meccanismi di ottimizzazione fiscale.

Ma cosa è accaduto esattamente a Tim Hellas e perché il caso desta tanto clamore? The Economist nelle scorse settimane ha ricostruito le tappe di quella che definisce una “tragedia greca”. Quando nel 2005, Telecom Italia cede Tim Hellas ai due fondi di investimento, l’azienda greca è un piccolo gioiello: terzo operatore di mercato, il gruppo ha 2,2 milioni di abbonati con un fatturato in crescita del 17% annuo grazie anche al buon andamento dell’economia greca (+4%). Fra il 2001 e il 2004 gli utili ammontano a 283 milioni e il debito è decisamente contenuto (200 milioni) su un capitale di 500 milioni. Per i due fondi di investimento, il texano Tpg e il britannico Apax si tratta senza dubbio di un buon affare benché esuli dal loro business tradizionale che prevede il recupero di aziende in crisi e la loro successiva valorizzazione. Poco importa: Tim Hellas ha le spalle forti e può essere caricata del debito dell’intera operazione di acquisizione. In più è possibile tirar fuori anche lauti dividendi. E’ su queste basi che nasce il “Troy plan” come è stato ribattezzato nei corridoi della giustizia statunitense il piano che prevede l’acquisizione di Tim Hellas e il suo successivo scientifico spolpamento.

L’acquisizione, che viene messa a segno grazie ad un finanziamento di Deutsche Bank, JP Morgan e Lehman Brothers, prevede l’immediato trasferimento della sede aziendale in Lussemburgo e la liquidazione di buona parte delle prime linee dirigenziali. L’ex manager Google, Nikesh Arora, diventa il nuovo amministratore delegato. E sotto la sua gestione, in pochi mesi, il debito passa da 180 milioni a 1,26 miliardi. Intanto Apax e Tpg intascano fior di quattrini grazie allo stacco di laute cedole e al pagamento “in casa” di ricche parcelle di consulenza. Fin qui la storia che spesso si ripete nel rapporto fra finanza e industria. Ma nel caso di Tim Hellas si va oltre. Le cedole versate ai soci sono solo dell’inizio del “saccheggio di Troia” come lo ha definito Andrew Hosking, liquidatore della società in fallimento nel corso della denuncia civile contro i due fondi depositata a New York nel marzo dello scorso anno. L’operazione Tim Hellas è infatti ricca di colpi di scena che, secondo Hosking, ne fanno “il peggior abuso perpetrato dall’industria dei fondi speculativi” grazie a un “depredamento catastrofico” che oggi grida vendetta con una richiesta di un risarcimento da centinaia di milioni di dollari per i due fondi.

Alla fine del 2006, Apax e Tpg decidono di vendere Tim Hellas al miglior offerente. Ma con il debito che ha, non si riesce a spuntare una buona offerta dai potenziali acquirenti. Consapevoli della necessità di nuova liquidità per mandare avanti l’azienda, i due soci optano per una nuova emissione obbligazionaria da 1,47 miliardi di euro. Per esser certi del buon esito dell’operazione, Apax e TPG scelgono un prodotto finanziario esotico che esiste solo in Lussemburgo: i “convertible preferred equity certificates”, CPECs. Studiati dalla società di consulenza Ernst & Young, questi titoli assicurano un dato rendimento e, giunti a maturazione, generalmente dopo oltre un decennio, possono essere rimborsati in contanti o in azioni della società emittente. Si tratta di prodotti particolari che possono essere iscritti in bilancio indifferentemente all’attivo o al passivo generando una confusione sul profilo fiscale e impositivo. E che oggi sono al vaglio delle autorità lussemburghesi nel tentativo di recuperare 200 milioni di euro di tasse.

L’emissione consente ai due fondi di prendere tempo da impiegare nella ricerca attiva di un investitore cui cedere la società prima del tracollo. L’uomo giusto arriva nel febbraio 2007: Apax e Tpg vendono l’operatore telefonico greco al magnate egiziano Naguib Sawiris, proprietario del gruppo Orascom. Il miliardario paga Tim Hellas 500 milioni di euro, accollandosi anche 2,9 miliardi di debiti. La società greca, che prende il nome di Wind Hellas, entra così a far parte della holding di Sawiris, Weather Investments, di cui un anno dopo diventeranno soci anche Apax e Tpg con una quota del 5% pagata proprio 500 milioni. Concluso l’affare Sawiris trasferisce la sede di Wind Hellas dal Lussemburgo alla Gran Bretagna dove le procedure fallimentari sono celeri e sbrigative. Nel 2009, l’azienda di telefonia fallisce attribuendo la responsabilità del tracollo alla crisi greca che avrebbe vanificato tutti i tentativi di salvataggio fatti da Sawiris. La procedura fallimentare permette però al magnate egiziano di ricomprare l’azienda, libera dai suoi debiti, per soli 50 milioni.

Tutto sarebbe filato liscio, se non fosse stato che proprio la crisi greca ha spinto le autorità di Atene a fare il punto sulle operazioni finanziarie del passato per recuperare tasse evase. Il procuratore generale Panayotis Athanassiou ha affidato al sostituto Yannis Dragatsi l’inchiesta finalizzata ad accertare se siano stati commessi reati finanziari nella gestione di Tim Hellas negli anni 2005-2006. Non solo: Hosking ha fatto ricorso alla giustizia statunitense per chieder conto dell’operato dei due fondi e della loro società di consulenza. Apax e Tpg hanno bollato come “senza fondamento” le richieste del nuovo liquidatore, spiegando che le operazioni su Tim Hellas sono avvenute “in totale trasparenza” e che i creditori conoscevano “il livello di indebitamento” dell’azienda. Non resta che attendere il verdetto.