Pini mediterranei ad anello sulla piazza tonda di Santa Restituta di Lacco Ameno di Ischia, all’ombra del monte Epomeo. Alle spalle il Regina Isabella, il cinquestelle con darsena privata, un via vai di gente e una babele di lingue fra le quali prevalgono l’inglese arrotolato degli americani e una spruzzatina di russo. Arriva Renzo Arbore, reduce da una tournée di 30 concerti, cappellone di paglia e camicia fiorata, inaffondabile ragazzino. Passa Aurelio De Laurentiis, rilassato in tuta da jogging. L’anfitrione, l’eccentrico Salvatore Pica, inventore tra l’altro dell’Accademia della Catastrofe, con scettro africano da capotribù accoglie Gianni Oliva, storico del 900, ex assessore Pd alla Cultura a Torino, figlio di partigiano e sofisticato scrittore di argomenti scomodi (è autore di ben 32 libri). E’ qui per chiudere il ventennale della rassegna “Libri d’ (a)mare”.

il-tesoro-dei-vintiInvitato da Enzo D’Elia a discettare sulla “Storia e i suoi Fantasmi” partendo proprio dal suo ultimo saggio Il tesoro dei vinti (Mondadori). Squarcia il velo sul mistero che ancora aleggia sugli ultimi giorni di Mussolini, dall’arresto fino all’assassinio lasciando poi il cadavere appeso per i piedi a Piazzale Loreto. E sul suo tesoro fatto di residui d’oro, fedi nuziali donate alla Patria, pacchetti di banconote e lingottini tirati fuori dal caveau della Banca d’Italia. Un tesoro su cui avrebbero messo le mani in tanti, commissari politici di partito addestrati a Mosca, opportunisti di passaggio e qualche partigiano. Quarantatré udienze per un processo (dai tempi biblici) di accertamento dei fatti mai concluso per prescrizione dei termini. Testimoni scomodi messi a tacere per sempre. Il fantomatico tesoro, quello di Dongo, svanito nel nulla. Un sordido “giallo” nascosto tra le pieghe della Grande Storia.

Come quello della giovane militante della Resistenza, Anna Maria Bianchi, caricata su una “Topolino” (si presume “invitata” da due tipi che conosceva, visto che colloquiava con loro senza preoccupazione). Doveva assolutamente testimoniare a un processo a Como. La ragazza non arriverà mai a destinazione. Il suo cadavere viene trovato l’indomani, semisvestito, sfigurato da percosse, bruciature di sigarette e da colpi di arma da fuoco, galleggiante e incagliato tra gli scogli. Il padre non si dà pace e comincia il suo calvario. Vuole sapere a tutti i costi chi sono gli esecutori del delitto. Si rivolge alla Polizia del Popolo. Per tutta risposta verrà eliminato anche lui. Ma la catena dei morti ammazzati non finisce qua. Pistole che sparano troppo facilmente, una guerra civile che si prolunga anche nella pace. La “Liberazione” del 25 aprile è un mito da sventolare.

E rimane il segreto avvolto dentro l’enigma dell’enorme malloppo imboscato. Oliva prova a fare i conti in tasca agli “imboscatori”, ammonterebbe a 9 miliardi di lire, approssimativamente corrispondenti a un quarto del Pil dell’Italia di quei tempi. Si vocifera con insistenza che una parte sarebbe finita per comprare il palazzone rosso di Via delle Botteghe Oscure a Roma, fino a qualche anno fa quartier generale del Partito comunista italiano.

“Bisogna rileggere il passato, per poter capire il presente e guardare al futuro”, chiosa Oliva, chioma folta e corvina che ha incantato il parterre femminile quanto le sue erudite parole. “Il passato non è morto – direbbe Christa Wolf, la scrittrice tedesca cresciuta sotto l’oppressivo regime comunista della Germania Est – e anzi a ben guardare non è neppure  passato.”

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