È stata una modella, un’attrice, una playmate, l’Angelo nero e poi l’icona dell’immaginario hard, erotico e fetish ai tempi delle gonne al ginocchio e delle camicette abbottonate. Ma soprattutto, è stata la pin up più celebre della storia. Lei è Bettie Page, la bella mora di Nashville, Tennessee, che negli anni Cinquanta conquistò il mondo con la sua frangetta nera, il volto pulito da ragazza della porta accanto e la libertà di posare nuda anche quando il nudo era considerato un reato. Di lei si racconta che ebbe una relazione con Marilyn Monroe, che sedusse Katharine Hepburn, per Hugh Hefner, imperatore di Playboy, fu quasi un’ossessione. Certo è che fu la sua rivoluzione a inventare il burlesque come lo conosciamo oggi. E non solo.

A raccontarla, pochi anni dopo la sua scomparsa, avvenuta a Los Angeles nel 2008, è la mostra a lei dedicata alla Ono Gallery di Bologna, “Bettie Page, the original pin up”, dal 29 agosto al 29 settembre. Cinquantacinque scatti per lo più inediti provenienti direttamente dalla collezione di Michael Fornitz, materiale personale della Page donato a un amico alla sua morte, e altre 20 immagini delle quali è stata realizzata la prima tiratura limitata. Scatti che parlano di una giovane pin up a suo agio di fronte alla camera, durante il backstage, un sorriso prima di iniziare a lavorare. La Bettie icona, la ragazza da poster, la playmate di Playboy, quel volto divenuto mito e poi ispirazione per generazioni di ragazze e star allo stesso modo. Da Dita Von Teese a Katy Perry, dalla Madonna di Material Girl a Phoebe Zeitgeist.

E pensare che è nata in un’epoca in cui le foto di nudo potevano portare all’arresto. E che nessuna, prima di lei, si era fatta ritrarre in manette o corde, indosso un corsetto nero e stivali di pelle dal tacco altissimo. Erano gli anni Cinquanta, appunto, e il pudore era incardinato nella società. La Page, classe 1933, arrivò a New York dopo aver studiato da maestra, per lavorare come segretaria. A farle da trampolino di lancio fu l’incontro, sulla spiaggia di Coney Island, con Jerry Tibbs, avido fotografo nonché agente di polizia. Tibbs le diede il suo biglietto da visita e le suggerì di tentare una carriera da modella come pin up, offrendosi di realizzare il suo primo book fotografico. Fu lui a proporle la frangetta, quella che divenne il suo marchio di fabbrica. Ancora oggi, cercando sul web, i tutorial su come acconciarsi i capelli alla maniera di Bettie Page sono proprio accanto ad alcuni filmati dei suoi set bondage. Un cult, proprio come un classico, nell’immaginario comune, è diventato il suo personaggio.

Perché poi Bettie Page iniziò a lavorare per i cosiddetti Camera Club, salotti fotografici che dovevano promuovere la fotografia artistica di nudo, ma che in realtà non erano altro che coperture per la vera e propria fotografia erotica. Collaborò con fotografi come Cass Carr e fu pubblicata su riviste come Wink, Titter, Eyefull e Beauty Parade. Fino alla svolta, nel 1952, quando conobbe Irvin Klaw. Fu lui a scattare le celebri fotografie in stile fetish da vendere per corrispondenza, quelle che la resero la più famosa modella bondage della storia. E a produrre, anche, una serie di film in 8 e16 mm su commissione dei loro clienti: veri e propri cortometraggi muti dove la Page e altre modelle in lingerie e tacchi alti performavano scene di dominazione e sottomissione nelle più diverse sfumature. Durante le riprese di questi film, Klaw fece anche dei singoli scatti fotografici che divennero presto le immagini più iconiche e richieste di Bettie Page.

E la sua fama continuò a crescere. Nel 1954 realizzò il suo servizio più famoso, “Jungle Bettie”, scenografia, uno zoo safari, e nel ’55 fu coniglietta del mese di gennaio per Playboy. Ma anche quando lei, la mora internazionale, si ritirò dalle scene, forse a causa dell’audizione Kefauve della sottocommissione sulla delinquenza giovanile del Senato, che portò alla cessazione degli affari di Irving Klaw, forse per un riavvicinamento al Protestantesimo, il suo nome non venne dimenticato.

Nel 1976 la Eros Publishing Co pubblicò un libro, “A nostalgic look at Bettie Page”, con un mix di suoi vecchi scatti anni ’50, che riaccese la passione dei suoi fan. Poi divenne l’Angelo nero, un personaggio dei fumetti, un modello di bellezza femminile a cui aspirare. E a metà degli anni 2000 furono girati diversi film dedicati al racconto della sua vita, tra luci e ombre, pettegolezzi e mezze verità, scatti iconici e quel personaggio entrato nella hall of fame delle più belle donne di tutti i tempi.

“Le immagini in mostra raccontano di una donna che è stata non solo simbolo della sua epoca – spiegano gli organizzatori della mostra bolognese – ma la regina delle pin up. La storia di Bettie Page, però, è molto più complessa di quello che si possa immaginare: le scelte così singolari – specialmente per gli anni Cinquanta – hanno da sempre dimostrato la sua indipendenza. E Bettie Page ha contribuito a cambiare la percezione e il trattamento delle donne all’interno dell’industria dell’intrattenimento”.