“Sei sicuro che io sia solo quello che tu sai? Nella vita l’abitudine non fa vedere mai la verità”. Al giro di boa dei 50 anni, Paola Turci può permettersi ciò che vuole nella sua autobiografia in musica dal titolo”Io sono”: un’opera antologica riassunta in dodici canzoni alcune note, altre meno e che trova in tre inediti l’ideale compimento. Per l’artista i brani scelti rappresentano, nella loro diversità, i momenti più significativi di quasi 30 anni di attività artistica.

La musica in questi quasi 30 anni di carriera artistica come è cambiata?
Prima esisteva solo il festival di Sanremo, che rappresentava lo scrigno dei tesori della musica italiana e consentiva ai cantanti di promuovere una canzone fino all’anno successivo.
Oggi un brano di successo dura al massimo due mesi, ci sono altre realtà e anche più forti commercialmente, sebbene il festival rimanga un’istituzione.

A che punto si è dunque arrivati?
Il consumo è molto rapido, ma la qualità nella musica sopravvive alla velocità, alle mode e alla quantità di offerta sul mercato.

Tecnologia e talent come hanno modificato il panorama musicale e la “fauna” che lo popola?
Farei una distinzione: la tecnologia ha permesso di ascoltare la musica – tutta, compresa quella del passato, dando la possibilità ai giovanissimi di scoprire, per esempio, De André, Modugno, Tenco – con molta più facilità e maggiore frequenza. I talent fanno pensare di più a un’Italia che vuol cantare e che soprattutto vuol diventare cantante.

Da giugno a settembre un tour di date piuttosto serrate: cosa rimane inalterato e cosa invece è diverso nel pubblico dei concerti?
C’è sempre un pubblico prevalentemente giovane, penso perciò che si rinnovi continuamente. L’entusiasmo – reciproco – quello invece non è cambiato.

Molte delle sue date sono gratuite. Una scelta che va anche nella direzione delle oggettive difficoltà economiche delle persone?
Essere scelti da un’amministrazione comunale per rappresentare spesso l’evento per loro più importante dell’estate, è una condizione che sempre mi lusinga. E ritrovarmi al concerto persone che altrimenti non potrebbero ascoltarmi mi fa piacere.

Le capita di ricevere lettere di ragazzi che intendono perseguire questa professione? Cosa risponde?
Mi capita spesso di ricevere demo; ascolto tutto sempre con molta curiosità e quando qualcosa mi piace rispondo per complimentarmi.

Una curiosità del suo ultimo album: alcune sessioni sono state realizzate in notturna con i musicisti della band e solo successivamente in studio. Perché?
Ho lavorato con i miei musicisti e con il produttore Federico Dragogna giorno e notte nella fase di preproduzione, spesso facendo l’alba. Una dimensione davvero molto creativa.

Lei e il maestro Paolo Fresu da anni e con continuità con la vostra attività sostenete progetti ad Haiti. Uno dei tanti luoghi della terra che si preferisce dimenticare…
Il 26 ottobre sarò ad Haiti. È la terza volta che ci vado ma è la prima con Paolo Fresu. Faremo un grande concerto organizzato per la Fondazione Rava.

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