Franceschini-Uffizi

La reazione, in gran parte negativa(e non ancora sopita), suscitata delle recenti nomine dei Venti direttori dei Musei, evidenzia quanto grande sia il divario tra apparato ed operatori dei Beni Culturali.

Innanzitutto stupisce che tra i nominati non ci sia nessun giurista esperto in diritto dei beni culturali, nessun laureato in Economia e Gestione dei Beni Culturali, (solo uno tra i 20 oltre la laurea in Filosofia ha una specializzazione in Economia dei beni culturali), nessun architetto esperto in restauri, ma per lo più storici dell’Arte.

Perché se vanno benissimo quest’ultimi per il contenuto, occorrerebbero anche esperti per il contenitore e per la valorizzazione di entrambi.
Intrecci di competenze che regolamentano il settore avrebbero dovuto suggerire figure in grado, se non di gestire in prima persona varie incombenze, perlomeno di capire e controllare la manutenzione ordinaria e straordinaria dei contenitori, ovviamente tutti palazzi storici.

Il fatto che siano stati nominati molti stranieri aggrava ancor di più la situazione, tenuto conto della complessità di leggi, regolamenti e circolari.
I Direttori dovranno districarsi tra i vari ministeri competenti: non solo il MIBACT con le rispettive Soprintendenze (anche se è stata decretata una maggiore autonomia), ma pure il ministero delle Infrastrutture, attraverso i Provveditorati Opere pubbliche, il ministero delle Finanze, essendo per lo più i beni demaniali, poi il ministero Interni per la sicurezza, il ministero del Lavoro per trattative sindacali, e altri ancora. Come faranno gli stranieri a districarsi in questi meandri in cui a malapena un professionista italiano, con anni di esperienza alle spalle, riesce?

Invece nella logica più classica dei partiti quando scelgono i candidati per le elezioni, si è optato per l’ennesima riedizione dei Village People. Così c’è il giovane under 40, le “donne”, e gli stranieri, sull’onda del rinnovamento fine a se stesso. L’esperienza e la competenza sembra quasi siano state considerate qualità pleonastiche. I colloqui veloci con i candidati vertevano principalmente sulla scelta geografica della sede come ci ha confidato Simonetta Bonomi, già Direttore del Museo Archeologico di Reggio Calabria.

C’è da chiedersi se la stessa domanda l’abbiano posta ai tedeschi, ai canadesi o ai francesi, per lo più responsabili di soli dipartimenti all’interno di Musei o Fondazioni. L’essere straniero, giovane o donna non sono valori assoluti, come non sono un disvalore; inoltre la rimozione, o per usare un altro termine, la sostituzione, andrebbe sempre giustificata.

L’unica conferma, anzi promozione, l’ha avuta Enrica Pagella a Torino, che detiene il primato come estensione e numero dei Musei da dirigere, nel Polo Reale, dopo essere stata per 15 anni Direttore di Palazzo Madama e Borgo Medievale, di competenza comunale. Le sostituzioni viceversa, solo per l’obiettivo di un fantomatico rinnovamento, danno l’idea, così come effettuate, di una ennesima trovata mediatica fine a se stessa.
Il fatto che i Musei vadano spolverati è positivo ma occorreva valutare bene a chi affidare questo compito, l’enfasi con cui molti media hanno sottolineato la giovane età è in perfetta sintonia con l’annuncite governativa.

Un buon Museo, per funzionare bene, deve avere una gestione mirata alla soddisfazione del visitatore, quindi opere d’arte ottimamente sistemate, organizzazione di mostre tematiche di alto livello, sale sicure, buona illuminazione, servizi accessori quali book shop, caffetterie gradevoli, bagni adeguati, accessi per disabili efficienti ma non invasivi, il tutto con un risultato di ritorni economici soddisfacenti. Pertanto la domanda fondamentale da porre ai candidati era questa: cosa avete fatto nei precedenti incarichi per raggiungere questi obiettivi?