Il parlamento del Kuwait ha approvato una legge che riconosce i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici impiegati in ambito domestico.

La legge prevede il giorno di riposo settimanale, 30 giorni all’anno di ferie pagate e un massimo di 12 ore di lavoro quotidiano con un’ora di riposo. Le agenzie private di reclutamento vengono sostituite da agenzie col 40 per cento di capitale pubblico, che non dovranno ricevere alcun compenso dal datore di lavoro né dal lavoratore.

Le norme approvate non sono perfette, soprattutto se comparate a quelle vigenti dal 2010 nell’impiego privato, che prevedono otto ore di lavoro al giorno, un’ora di riposo ogni cinque di lavoro e 15 giorni di malattia a stipendio pieno.

La nuova legge sul lavoro domestico, inoltre, non prevede un meccanismo di ispezioni né la possibilità di costituire sindacati. Resta ancora in piedi il sistema denominato “kafala”, che vincola il lavoratore al punto che per cambiare impiego deve attendere la fine del contratto e ottenere l’assenso dell’attuale datore di lavoro. Come altrove nella regione, chi lascia l’impiego presso la famiglia in cui lavora senza autorizzazione viene considerato un “clandestino”.

In ogni caso, si tratta del primo provvedimento di così ampia portata nei paesi del Golfo, dove milioni di cittadini stranieri (sono oltre 660.000 solo in Kuwait, un terzo dell’intera forza lavoro dell’emirato) svolgono lavori domestici, spesso in condizioni equiparabili a forme moderne di schiavitù.

Negli Emirati arabi uniti e in Oman non esistono leggi a tutela del lavoro domestico. In Bahrein la legge introdotta nel 2012 non prevede paga minima, riposo settimanale né limiti di orario. Quella approvata in Arabia Saudita nel 2013 garantisce nove ore di riposo ogni 24 (ossia, fino a un massimo di 15 ore di lavoro al giorno), un giorno di riposo alla settimana e un mese di ferie pagate a partire dal secondo anno.

In Qatar, dove si registra la situazione peggiore (ne abbiamo parlato qui), si rilevano piccoli passi avanti. Le norme adottate a metà agosto prevedono il pagamento regolare dei salari e un meccanismo di ispezioni che dovrebbe, se applicato correttamente, scongiurare o sanzionare le peggiori forme di sfruttamento. Anche qui, come in Kuwait, resta in vigore il sistema del “kafala”.