Roma, funerali di Vittorio Casamonica

Dopo l’ennesimo amico non romano in giro per l’Italia che mi ha chiesto di parlargli del potere e dell’influenza dei Casamonica qui nella Capitale, e di come e quanto fosse “Re di Roma” Vittorio Casamonica, ho capito che era necessario fare un po’ di chiarezza.

Parlo da cittadino romano, da potenziale suddito quindi di un eventuale Re di Roma. Sono cresciuto vicino la chiesa di Don Bosco, ho frequentato da sempre -per amicizie, lavoro, burocrazia e acquisti- anche le zone dove i Casamonica sono soliti bighellonare, quelle di Roma sud e di Roma est. Ebbene, rispondo a tutti quelli impressionati dai cartelli inneggianti al “Re di Roma” fotografati dai giornali di tutto il mondo al funerale della scorsa settimana: i Casamonica a Roma non sono Re di un bel niente.

La reazione comune di noi romani, quando abbiamo visto al funerale i cartelli “Vittorio Casamonica Re di Roma” e sentito i parenti attribuirgli lo stesso titolo, è stata quella di scuotere la testa con una mano sulla fronte.

Nessuno a Roma li rispetta, come si presume dovrebbe essere per un Re. Come raccontano Alessandra Coppola e Ilaria Ramoni nel libro Per il nostro bene (edito da Chiarelettere):

Per capirsi, se vendi palme e un Casamonica viene a farti un’ordinazione, fai prima a regalargliele, perché ci sono serie probabilità che andrai a piantarle nel suo giardino, lui non ti pagherà e non avrai nessuna voglia di protestare.

Un modo di fare non esattamente nobile.

Se con la musica del Padrino hanno provato a darvi di loro l’immagine di un Marlon Brando riverito, davanti al quale i cittadini fanno la fila per offrire doni e ringraziamenti in cambio di favori, o di presenziare a matrimoni e battesimi, sappiate che nessun romano ha mai pensato di invitarli al matrimonio o di ringraziarli per qualcosa. Anzi. Sono criminali, anche se mai condannati per mafia ne hanno fatte di tutti i colori e non sono rispettati né temuti dalla cittadinanza, come purtroppo lo sono e lo sono stati invece alcuni boss della mafia.

Ovviamente riverire un mafioso è qualcosa di disgustoso. Certamente non la vede così chi mette la musica del Padrino al funerale di un proprio parente. Immagino la loro euforia nel sentirsi finalmente chiamare mafiosi dai giornali di tutto il mondo. Contenti loro.

Fare di un criminale un Re è uno degli aspetti più vergognosi della cultura di alcuni italiani. Un retaggio che va superato. Tuttavia, a favore dei romani, posso dire che da questo non fa parte della loro cultura. Parlo della maggioranza ovviamente, quelli che con le bande non hanno legami di affari.

Roma è sempre stata refrattaria ai re prepotenti. Anche il Buzzi di Mafia Capitale, pur essendo un prodotto tristemente nostrano (non un sinti – abruzzese), ha sempre agito all’oscuro dei cittadini. Una mattina i romani hanno letto i giornali e hanno scoperto con rabbia che c’è la mafia anche nella Capitale.

Gli unici Re che i romani vogliono, rispettano e ammirano non sono i prepotenti, sono quelli che loro stessi eleggono a furor di popolo. Oggi un Re riconosciuto da tutti a Roma c’è. Non fa il criminale, ma gioca a pallone e si chiama Francesco Totti.