La notizia delle dimissioni di Abu Mazen dalla presidenza dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, accompagnata dall’addio di oltre metà degli altri 18 membri del comitato esecutivo, non ha colto di sorpresa il mondo politico palestinese. Lo stesso Abu Mazen, dopo i risultati fallimentari del governo di Unità Nazionale, comprendente anche Hamas, e la costante crescita dei consensi del gruppo armato che controlla già la Striscia di Gaza, aveva chiesto proprio a giugno lo scioglimento del governo palestinese. Dal presidente della Palestina, attualmente sostituito ai vertici dell’Olp da Saeb Erekat, capo negoziatore dell’organizzazione nelle trattative con Israele, non arriva alcuna spiegazione: che sia una scelta dettata dall’età, 80 anni compiuti, dal sempre minore appoggio all’interno del mondo politico palestinese e del suo stesso partito o dalla volontà di ritirarsi gradualmente dalla scena politica, i movimenti palestinesi dovranno scegliere presto il loro nuovo leader.

L’ultima parola, adesso, spetta al Cnp, l’organo legislativo che si occupa di nominare il comitato esecutivo fino a oggi presieduto da Abu Mazen. Il Consiglio potrebbe decidere anche di respingere le dimissioni del leader 80enne e confermarlo alla guida dell’Olp. Una scelta che, però, sembra improbabile, a meno che questo non garantisca un ampio rimpasto all’interno del comitato stesso. Una tattica che seguirebbe quella tentata già a giugno, quando Abu Mazen chiese le dimissioni entro 48 ore del primo ministro palestinese, Rami Hamdallah, per ricandidarlo a nuove elezioni stravolgendo, però, la composizione del governo di coalizione, con l’obiettivo di indebolire Hamas. Un piano reso impossibile proprio dalla dura opposizione del movimento estremista palestinese.

In una situazione di contrasti interni ad al-Fatah e tra le varie anime dei movimenti palestinesi che compongono l’Olp, la scelta di dimettersi di Abu Mazen può essere letta, più che come un passo indietro che avrebbe dovuto portare anche alle dimissioni dalla carica di presidente dello Stato di Palestina, come un atto di forza nel tentativo di riaffermare la propria centralità e quella del gruppo che rappresenta. Il presidente palestinese negli scorsi anni ha visto crescere le critiche nei confronti del suo mandato alla guida de movimenti palestinesi. Dal 2007, quando Hamas ha vinto le elezioni a Gaza, il Movimento Islamico di Resistenza ha visto sempre più crescere i propri consensi, rafforzando il suo controllo sulla Striscia e riducendo il divario con al-Fatah in Cisgiordania.

A niente è servito il tentativo di formare un governo di coalizione proprio con Hamas per iniziare delle trattative per un processo di pace con Israele. Il fallimento di questo piano che doveva garantire un lungo periodo di pace tra i due Stati è riassunto nel numero di vittime, oltre 2.200, seguite alla campagna militare israeliana “Protective Edge”, iniziata l’8 luglio 2014, pochi giorni dopo il rifiuto di Hamas e Israele di sedersi a un tavolo comune. L’impossibilità di far dialogare le due parti, seguita dalla definitiva rottura tra il governo palestinese e Hamas, e le accuse rivolte ad Abu Mazen per la gestione dei colloqui hanno aumentato i contrasti interni all’Olp e ad al-Fatah. La perdita di consensi ha favorito anche la formazione di nuove correnti interne al partito del Presidente che, annunciando le sue dimissioni da capo dell’Olp, sembra giocarsi il tutto per tutto per continuare ad essere il leader delle diverse anime palestinesi.

@GianniRosini