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Di sicuro, il clan dei Casamonica non era anonimo. L’Espresso – in una memorabile inchiesta che anticipava “Mafia Capitale” – gli aveva dedicato la copertina e un documentato articolo, annoverando un Casamonica fra i “Re di Roma” insieme a Carminati, Fasciani e Senese. E non è un caso che proprio la scritta “Re di Roma” campeggi sulla gigantografia che idolatra il capoclan Vittorio Casamonica, affissa fuori della chiesa del suo funerale. Un funerale che al clan per niente anonimo è servito per mostrare una volta di più la sua potenza arrogante.

Una carrozza barocca trainata da sei cavalli impennacchiati, un corteo di 200 auto, suv a profusione per le corone, un tappeto di petali di rosa sparsi da un elicottero, una fanfara per le musiche de il Padrino, 600 persone in gramaglie, un quartiere bloccato per ore, una rolls royce per portare la salma al Verano. Una sfida senza limiti di chi si crede onnipotente.

Se per qualificare quello dei Casamonica come un clan di stampo mafioso non bastassero tutte le attività criminali di cui parlano le cronache (spaccio, estorsione, usura, prostituzione, riciclaggio internazionale, controllo del territorio), basterebbe e avanzerebbe proprio un funerale come questo, che più mafioso di così non si potrebbe immaginare. Dunque, il funerale non è stato solo uno show grottesco, uno scialo di sfarzo kitsch. È stato una di quelle prove di forza che le organizzazioni mafiose esibiscono per affermare il mito della loro impunità. Come avveniva in carcere prima delle stragi del ’92. Perché soltanto dopo (il che significa che stiamo parlando di misure intrise del sangue di Falcone e Borsellino) lo Stato introdusse nel nostro ordinamento il 41-bis, dando segnali di vita.

Al mafioso incarcerato viene applicato per la prima volta un regime di giusto rigore. Per anni, di fatto, egli aveva mantenuto lo status di boss operativo a tutti gli effetti, nonostante fosse in carcere. Viveva all’Ucciardone di Palermo, senza iperboli, ad aragoste e champagne. Che non era ovviamente una questione gastronomica, ma di affermazione persino nel carcere della supremazia della mafia sullo Stato. Una vergogna inaccettabile, la ragion d’essere del 41-bis: restituire al mafioso in carcere lo status di detenuto, che prima non aveva.

Anche il funerale di Vittorio Casamonica è stato organizzato per affermare la supremazia della mafia sullo Stato, umiliandolo. Ma a essere umiliata è stata anche la Chiesa. Non solo perché sulle gigantografie il “Re di Roma” era vestito da Papa, con tanto di croce al collo sull’abito bianco, così da rafforzare il vaticinio (anch’esso scritto fuori della chiesa) “ora regnerai anche in paradiso”; soprattutto perché ancora una volta si è consentito alla mafia di coltivare una sacralità atea, mediante i riti vuoti di un cattolicesimo tutto santini, devozioni ipocrite, confraternite e processioni, nascondendo sotto una crosta di falsa devozione la sua realtà blasfema, intrisa di violenza, prepotenza e sfruttamento.

E poi perché papa Francesco non voleva certo che le sua parole fossero disperse nel vento, quando ha bollato la mafia come un male che “va combattuto, va allontanato! Bisogna dirgli di no!… Coloro che nella vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!”. Con la scomunica, Bergoglio ha voluto ricordare che il potere devastante, antiumano e antievangelico della mafia opprime l’uomo e ne sfigura la dignità. La scomunica è anche un severo monito alla Chiesa perché rinunzi alle passività e disattenzioni verso i boss che troppo spesso si son dovute registrare. Questo monito è cancellato, e la Chiesa ne esce umiliata, se il prete che ha officiato la messa funebre del boss sostiene che lui non si è accorto di nulla e comunque quel che accade fuori della sua parrocchia non può interessarlo.

Vero è che pochi minuti prima della celebrazione aveva saputo che il defunto era “il principe” (titolo che tra i Casamonica sembra intercambiabile con quello di re…), ma nel corso della messa non c’è stato “nessun gesto fuori posto” e la sua è stata “un’omelia neutra”. Ecco, proprio questa neutralità umilia la Chiesa, perché oltre alla scomunica cancella la direttiva di Francesco affinché sia reciso ogni rapporto ambiguo con i boss. Che se poi nella stessa parrocchia si nega il servizio funebre al povero Welby per una evidente “discomunione” rispetto alla dottrina cattolica, potrebbe il Vicariato spiegare – di grazia – come si possa non vedere almeno altrettanta “discomunione” in un funerale fatto apposta per ostentare una “muscolatura” tipicamente mafiosa?

Dal Fatto Quotidiano del 22 agosto 2015