Sembra l’ennesima storia di censura all’arma bianca saltata fuori dalle pagine di Meglio che taci, quella raccontata ieri su queste stesse pagine e magistralmente commentata da Marco Travaglio: la direzione dell’Isola del cinema – un festival cinematografico patrocinato, tra gli altri, dal Comune di Roma, dalla Regione Lazione, dal Ministero dei beni e delle attività culturali e dal Ministero degli affari esteri – che “diffida” un giornale al quale ha affittato uno spazio dal mettere in scena il contenuto delle intercettazioni-simbolo del più grande scandalo mafioso che ha investito la Capitale negli ultimi decenni.

È paradossale che proprio l’Isola del cinema che avrebbe dovuto costituire spazio di libertà di espressione e critica per antonomasia, si sia trasformata – o rischi di trasformarsi – in un’ennesima “isola della censura”, come l’ha giustamente già ri-battezzata Travaglio.

E pensare che c’è stato un tempo nel quale cinema, letteratura, arti e cultura in generale hanno rappresentato un irrinunciabile strumento di esercizio di quella libertà di manifestazione del pensiero della quale cronaca e critica costituiscono architrave essenziale.

Ed invece, proprio nei giorni in cui i Casamonica – famiglia emblema di quella “Mafia Capitale” che ha regalato a Roma gli ultimi sprazzi di fama globale dei quali avremmo volentieri fatto a meno – esibiscono orgogliosamente il loro potere salutando con funerali solenni di “anti-Stato” la morte di uno dei loro leader, il Direttore di una manifestazione culturale anziché inserire nel programma una sezione speciale dedicata al cinema dell’antimafia, epura – o prova ad epurare – il programma della manifestazione di una manciata di ore di libertà, nelle quali attori, giornalisti, istituzioni e società civile avrebbero potuto – e, forse, potrebbero ancora – far sentire agli eredi dei tanti “re di Roma” che il nostro Paese non ha nessuna voglia di rassegnarsi a chi crede che con soldi e violenza si possa sovvertire l’ordine democratico e costruire un anti-Stato nello Stato.

Ma, quanto accaduto sin qui è “solo” un episodio – grave quanto le decine di altri che popolano la storia antica e moderna della censura – nel quale la capacità persuasiva di chi ha detto che la rappresentazione di quelle intercettazioni non s’aveva da fare né adesso né mai ha prevalso sulla pavidità degli organizzatori.

È accaduto – di nuovo – e non sarebbe dovuto accadere.

Ciò che però non può e non deve accadere è che, davanti ad un episodio di questo genere le Istituzioni si girino dall’altra parte e la società civile reagisca con rassegnazione.

Regione Lazio, Comune di Roma, Ministero dei beni e delle attività culturali e Ministero degli affari esteri dovrebbero, immediatamente, far sentire la loro voce istituzionale con gli organizzatori, comunicando la decisione irrevocabile di ritirare i loro patrocini se, la Festa de Il Fatto, con la programmata rappresentazione artistica delle intercettazioni-simbolo di “Mafia Capitale”, non sarà lasciata svolgere, come da copione e come, in un Paese normale e governato da una democrazia viva è lecito attendersi.

E ciò che egualmente non può accadere e che i produttori, i registi, gli autori e gli attori dei tanti film di cui è programmata la proiezione non alzino la voce, “minacciando” di ritirare le loro opere dalla kermesse se l’Isola del cinema, dovesse, per davvero trasformarsi nell’isola della censura.

Sarebbe davvero triste prendere atto che nell’Italia del 2015, chi fa arte, cinema e cultura reagisce ad episodi come quello appena andato in scena con minor vigore e determinazione di quella mostrata dagli oltre venti produttori e registi turchi che, solo ad aprile di quest’anno, hanno ritirato le loro opere dall’Instanbul Film Festival per protestare contro un episodio di censura, probabilmente, meno grave – ammesso che esista una scala di intensità della censura – di quello, sin qui, consumatosi nell’assordante silenzio della Roma de “la grande bellezza”.

Ma guai se anche il pubblico e la società civile non facessero la loro parte perché significherebbe che ci stiamo, tutti – o almeno i più – rassegnando alla censura ovvero alla rinuncia alla libertà di espressione.

Disertare la manifestazione o parteciparvi in silenziosa protesta con le mani sulle orecchie a simboleggiare lo stato di sordità selettiva e permanente nella quale ci si vorrebbe ridurre ponendoci nella condizione di non ascoltare tutto ciò che i soliti Lorsignori non amano si ascolti.

La forma della protesta conta poco, ciò che conta davvero è che l’indignazione tenga la scena ed impedisca alla rassegnazione di diventare protagonista perché peggio della censura c’è solo la rassegnazione alla censura.