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Quelli che… la mafia non ci risulta, raccontava Enzo Jannacci in una sua canzone, più di trent’anni fa. Ancora oggi più o meno è così. A Roma non sono servite le inchieste e la denominazione “Mafia Capitale” che i magistrati vollero dare agli arresti. Furono gli inquirenti, la stampa si è solo adeguata (fatta eccezione per Lirio Abbate sull’Espresso), altrimenti chissà che pasticcio ne sarebbe venuto fuori. Di fronte ai magistrati, del capo famiglia in carrozza, il sindaco Ignazio Marino è riuscito solo a ripetere “io l’avevo sempre detto che c’era la mafia, ora mi crederanno”. Complimenti, sindaco. Ha avuto una buona intuizione. Il potere politico, però, da Roma è sempre passato attraverso le mafie d’Italia. I palazzi hanno fatto il bello è cattivo tempo. Da qualche angolo dello Stato venne l’ordine di uccidere Pecorelli, sempre dallo stesso telefonista venne condannato a morte l’avvocato Umberto Ambrosoli. A Roma hanno operato i servizi segreti deviati, viveva Pippò Calò, nella Capitale operano i cutoliani e i casalesi. Da decenni. La ‘Ndrangheta ha sempre lavorato attraverso le famiglie dei De Stefano e Mammoliti.

Il punto è che alle radici del potere, quello che può indirizzare la politica e che genera le piccole e grandi trattative Stato-Mafia, la parola d’ordine era che opportunamente non si parlasse di mafia. In realtà non è vero. Erano mafia i marsigliesi, la Banda della Magliana, sono mafia i proprietari dei grandi locali che lavorano come lavanderie per i denari sporchi.  Ma siamo al calibro leggero, ovviamente. Roma – oltre ad avere formalmente un ex sindaco indagato per associazione mafiosa, Gianni Alemanno – è sempre stata il cervello e il cuore della mafia, intesa come grande organizzazione criminale. Da Roma partì l’ordine per uccidere il generale Dalla Chiesa, da Roma decollò l’aereo che portò alla morte il giudice Falcone. Da Roma arrivò il tritolo per via D’Amelio. Forse potrebbe bastare perché Marino non dica altro e si taccia.

Il grande dono che la vecchia politica ci ha lasciato in eredità è la negazione, perché ammetterlo sarebbe un po’ come essere costretti a combatterla. Per questo il sindaco Marino non può cavarsela con ‘io l’avevo sempre detto’. Se nella sua città, la città che governa, in un giovedì qualsiasi viene celebrato un funerale che supera il Padrino, simile solo al funerale che ebbe Lucky Luciano a Napoli o John Gotti a New York, è lui il primo a doverne prendere atto. Perché vuol dire che non governa niente, altrimenti il sindaco avrebbe dovuto sapere, prima degli altri. Casamonica non è un nome qualsiasi a Roma e non si può parlare di disattenzione. Il funerale aveva da essere celebrato, questa è la verità. E se il sindaco, seppur in buona fede, come dice lui, non lo sapeva dovrebbe dimettersi due volte. Sarebbe il vero e rivoluzionario segnale di sfida. Altrimenti anche quest’ultima mafia ha vinto. E continueranno a vincere i negazionisti, “quelli che la mafia non ci risulta, a Palermo forse, ma a Roma no, questa è criminalità”.