maurizio martinaPaola, 49 anni, muore nei campi nei quali lavorava per portare a casa 27 euro al giorno in una condizione di sostanziale schiavitù, nota a chiunque attraversi la più parte delle nostre campagne, e il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina annuncia l’intenzione di varare subito una legge contro il caporalato agricolo.

Una legge subito, ma il giorno dopo.

E’ probabilmente uno dei ritornelli più ricorrenti nel nostro Paese da decenni, un ritornello senza distinzioni di colore o stagione politica che attraversa longitudinalmente la prima, la seconda e, se ne esiste una, la terza repubblica.

Ed è un ritornello – va detto, per onestà intellettuale, senza reticenze – che non riguarda mai solo chi ci governa, né solo i politici ma, purtroppo, anche le parti sociali, i c.d. stakeholder, i soggetti rappresentativi di interessi più o meno diffusi. E basta interrogare Google, con una manciata di parole, nella stringa di ricerca, per averne una rappresentazione plastica. Che si tratti di problemi gravi o meno gravi, di tragedie o di fatti che fanno sorridere, non sembra esserci questione che non debba essere affrontata con urgenza, con una legge ad hoc.

Nei giorni scorsi, un giornale online pubblica il video di una famiglia di cinghiali scesi a passeggio su una spiaggia marchigiana, e subito, la locale Coldiretti lancia l’allarme e chiede a gran voce una legge sugli abbattimenti.

“La chiusura del tordo al 17 gennaio è un provvedimento discriminatorio rispetto alle altre realtà vicine come la Corsica”, ha detto, nei giorni scorsi, Edoardo Tocco, consigliere Regionale sardo di Forza italia – commentando l’approvazione del calendario venatorio regionale – e, quindi, dopo aver aggiunto di non condividere neppure la limitazione della caccia al cinghiale nelle sole domeniche e festivi infrasettimanali, si è affrettato a chiedere l’adozione di una legge, subito, in materia di caccia. E questo, naturalmente, solo per cominciare dalle notizie degli ultimi giorni e soprattutto dalle richieste di una legge, subito, davanti a fatti che fanno sorridere.

Ma lo sport nazionale e tradizionale della richiesta di una legge subito si gioca a proposito di ogni genere di questione seria o meno seria che sia.

All’indomani dello scoop de L’Espresso sulla telefonata-shock tra il Governatore siciliano Rosario Crocetta ed il suo amico medico a proposito dell’ex assessore Borsellino – figlia di quel Paolo, magistrato, fatto saltare in aria dalla mafia – ad esempio, il sottosegretario alla Giustizia Paolo Costa ha dichiarato: “Legge subito sugli ascolti, ormai serve una stretta” ovvero un irrigidimento sull’utilizzo delle intercettazioni telefoniche. E – sempre per restare ai fatti di quest’ultima legislatura – all’indomani delle prime notizie a proposito di Mafia Capitale, Rosy Bindi, Presidente della Commissione antimafia ha detto: “Occorre cambiare subito la legge sullo scioglimento dei Comuni”.

Ma un elenco esaustivo delle migliaia di volte in cui all’indomani di fatti di cronaca di eco più o meno rilevante, questo o quel politico ha rappresentato l’urgenza di una legge per disciplinare o ridisciplinare un fenomeno il più delle volte noto ed arcinoto sarebbe impossibile. Non c’è incidente stradale che non abbia fatto gridare all’urgenza di una legge sul c.d. omicidio stradale, non c’è femminicidio che non abbia fatto sottolineare l’esigenza di una legge ad hoc, non c’è stupro che non abbia fatto dire a qualcuno che serve un irrigidimento delle pene, non c’è morte sul lavoro che non abbia fatto urlare a molti all’esigenza di proteggere di più i lavoratori, non c’è incidente negli stadi che non sia stato seguito da una nuova legge o proposta di legge contro i tifosi più facinorosi e più raramente per richiamare le società calcistiche alle proprie enormi responsabilità.

Senza parlare delle decine di volte nelle quali dopo episodi di omofobia si è sottolineata con forza l’esigenza di varare subito una legge o di quanto avviene dopo ogni drammatico sbarco di uomini e donne provenienti da Paesi stranieri sulle nostre coste.

E per non dire delle centinaia di volte – ad onor del vero più spesso nelle legislature e nei governi precedenti che oggi – in cui, davanti ad ogni genere di incidente occorso online, ci si è affrettati a sottolineare la necessità di approvare, subito, una nuova legge per governare qualsiasi tipo di fenomeno telematico dall’hate speech, al gioco online, passando per il bullismo e, persino, al dating.

Solo raramente, tuttavia, alle parole seguono i fatti, e agli annunci e alle dichiarazioni le leggi. E succede per ragioni diverse che vanno dalla complessità di taluni fenomeni, alla circostanza che, passato il picco di attenzione mediatica, manca la volontà politica di affrontare taluni problemi.

Ma il punto non è questo.

Da una parte, infatti, non è sempre necessaria una legge o una nuova legge per governare un fenomeno essendo, il più delle volte, sufficiente rispettare e far rispettare le leggi che già ci sono o, ancor più di frequente, investire in cultura, etica ed educazione anziché in decreti, leggi e leggine, scritti d’urgenza più per esigenze politico-mediatiche che nella speranza di risolvere davvero un problema. E dall’altra, le “leggi del giorno dopo” sono, a ben vedere, rappresentazioni plastiche del fallimento del sistema Paese o, almeno, lo sono ogni qualvolta – e si tratta delle ipotesi più ricorrenti – la “nuova legge, subito” della quale si sottolinea l’urgenza riguarda fenomeni noti ed arcinoti da decenni come è, appunto, il caso del caporalato nei campi – e non solo – della sicurezza sul lavoro, dell’omofobia, dell’immigrazione, della corruzione, delle stragi del sabato sera sulle nostre strade e via dicendo.

Chiedere, il giorno dopo, l’approvazione di una legge, significa ammettere ogni volta che il sistema ha fallito, che l’invincibile armata fatta di apparati burocratici pachidermici, di ministeri, autorità indipendenti, enti pubblici di vigilanza, controllo e ricerca non è riuscita negli anni – e spesso nei decenni – a “fotografare” i problemi, individuarne possibili cure e soluzioni o, almeno, a convincere Parlamento e governo ad attuare i rimedi necessari.

Quello che dovremmo abituarci a chiedere ogni volta che sentiamo dire che “serve una legge” o una “nuova legge subito”, è perché si sia arrivati al giorno dopo. Perché si è trattato di un fatto imponderabile che ha fatto scoprire un problema sconosciuto? Perché, sino a quel momento, si sono sottovalutate le possibili conseguenze di un problema noto da tempo? Perché si conosceva il problema ma non se ne conosce nessuna possibile soluzione normativa? Perché si è perso tempo? Perché si è ritenuto che le priorità del Paese fossero altre? Perché non si è trovato un accordo politico sulla legge da approvare?

Meglio, naturalmente una legge il giorno dopo, a condizione che la si approvi sul serio e serva a risolvere un problema del Paese e non solo un problema mediatico al politico di turno. Ma forse, sarebbe il caso – e vale proprio per tutti – di iniziare ad interrogarci più spesso sul perché si arrivi così di frequente al giorno dopo.