Qualcosa di importante è cambiato in Comunione e Liberazione se al suo annuale Meeting riminese non vengono invitati gli “amici” Roberto Formigoni e Maurizio Lupi, i ciellini che più di tutti gli altri hanno avuto successo nella politica italiana. Quel che è mutato è appunto il rapporto con la politica: meno diretto e partigiano, più istituzionale e sfumato.
Ai vertici del gruppo prevale la prudenza, quella che, ad esempio, ha indotto i ciellini a non partecipare al Family Day di giugno, semisconfessato dal segretario generale della Cei Nunzio Galantino (e quindi indirettamente dal Papa). È questa la sostanza della linea di don Julián Carrón, il successore di don Luigi Giussani alla guida dell’organizzazione. Una linea non condivisa, e anzi attivamente avversata, da molti pezzi grossi del movimento, che non accettano questa soluzione di continuità con il passato, che premono, malgrado tutto, e cioè malgrado gli scandali, la corruzione, il declino degli amici di sempre (soprattutto di Silvio Berlusconi), per conservare un rapporto privilegiato con la politique politicienne.
Se quest’ultima posizione appare decisamente velleitaria, viene comunque spontaneo porsi un interrogativo di fondo: che cosa è Comunione e Liberazione senza la politica? Molto poco è la mia risposta. Non mi risulta infatti che in questi anni il movimento fondato da Giussani si sia distinto per l’originalità della proposta spirituale o per qualche rilevante innovazione teologica, né che la qualità del personale dirigente che esso ha fornito alla Chiesa (inclusi i non pochi vescovi) sia particolarmente apprezzabile.
La politica scorre da sempre nelle vene di un movimento nato negli anni Settanta proprio per contrastare la supposta deriva intimistica e spiritualistica, l’eccessiva timidezza ideologica, di molto cattolicesimo di allora. Cl è stata a lungo, nella società italiana, soprattutto nelle scuole e nelle università, l’antagonista principale della sinistra, la principale forza cattolica in grado di contrastare, sul piano del consenso, l’egemonia politica e culturale delle varie sinistre. Sempre mostrando i muscoli e senza mai arretrare di un millimetro.
Questa notevole vigoria organizzativa, di stampo gesuitico o leninista se si preferisce, procurò a Cl, negli anni Ottanta, la considerazione della dirigenza democristiana. I ciellini crebbero di numero e di influenza dentro il partito. Quando la Prima Repubblica finì, essi riuscirono persino a migliorare la propria posizione nel sistema politico italiano, divenendo l’anima cattolica (e il garante per conto della gerarchia dominata dal cardinal Camillo Ruini) dello schieramento di centro destra. Ricavando immensi vantaggi politici ed economici, di potere e di denaro.
Da qualche anno la festa è finita ed è anche arrivato un conto salato da pagare, in termini di reputazione e di credibilità. Tanti ciellini hanno perso definitivamente la faccia e l’anima cattolica non serve più ad un sistema politico centrato sullo scontro personale e lo show mediatico. Se a tutto questo si aggiunge un papa del tutto indifferente e anzi un po’ infastidito dalla politica italiana, il quadro è completo.
Queste sommariamente le ragioni della fine della lunga stagione dell’impegno politico di Cl. Cosa venga dopo rimane incerto. Soprattutto non si capisce da dove Cl potrebbe trarre nuova linfa. Perché, nel frattempo, una decina d’anni fa il fondatore è passato a miglior vita. Sostituito, come capita spesso nelle organizzazioni carismatiche, da un personaggio assai meno vivace e geniale, Carrón, scelto forse proprio per la sua incapacità di oscurare anche solo minimamente la statura del grande leader scomparso. Quest’ultimo peraltro era certamente un genio organizzativo e un grande motivatore di persone, ma non certo un grande teologo né un intellettuale così originale da meritare di entrare nel novero dei grandi pensatori cattolici. Prima o poi, e avviene forse già oggi, i suoi scritti (divenuti autentico vangelo per i militanti) parranno ai giovani lettori irrimediabilmente datati, obsoleti, culturalmente impregnati di un cattolicesimo anni Cinquanta piuttosto indigesto alle coscienze dei contemporanei.
La conclusione dell’intera vicenda ciellina potrebbe assomigliare a quella, tristissima, dell’Azione Cattolica di Luigi Gedda, il trionfatore del 1948, lo straordinario organizzatore dei Comitati Civici, che finì, qualche anno dopo il grande successo elettorale, per regalare tutta la potenza politica e sociale che aveva accumulato al partito che detestava, la Dc. Facendo perdere, d’altro canto, alla sua organizzazione ogni residua energia spirituale, la capacità di ascoltare i bisogni e le inquietudini religiose di una società che cambiava. Allora come oggi il problema nasce quando qualcuno pensa di trasformare una forza religiosa in un progetto politico. Per volere troppo, costui rischia di perdere tutto. Anche l’anima.
da il Fatto Quotidiano del 20 agosto 2015